È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede

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Romani 13

Romani 13:1-5 — obbedienza acritica alle autorità?

Molti sembrano pensare che Paolo, in Romani 13, insegni un’obbedienza acritica alle autorità; che, insomma, bisogna ubbidire ai governi quale che sia la natura delle scelte di questi ultimi.

Se andiamo un po’ più indietro nel tempo,​[1]​ scopriamo che, al contrario, l’apostolo Paolo veniva a volte quasi criticato per quel che sembrava essere un invito a obbedire alle autorità acriticamente; senza se e senza ma, insomma.

In un modo o nell’altro, è raro vedere una discussione di come questa obbedienza si traduca effettivamente nella pratica. In verità, l’esperienza stessa di Paolo ci fornisce non poche delucidazioni. Non è qui il caso di andare nel dettaglio riguardo i diritti di cui un cittadino romano godeva all’epoca dei fatti di Paolo. Per chi vuole approfondire, Boyd Reese fornisce una panoramica sufficiente.​​[1]​

Il dono e la ricompensa

Come capita molto spesso, è nell’ambiente casalingo che le conversazioni più interessanti e costruttive hanno luogo. Il Signore ha posto nella famiglia un esempio meraviglioso del Suo amore e del suo agire nei nostri confronti: molte volte noi agiamo con i nostri figli nello stesso modo in cui il Signore interagisce e cerca di comunicare con noi.

L’altro giorno, mentre stavamo parlando con i nostri bimbi del Natale che è alle porte, inevitabilmente viene fuori il conflitto tra i due personaggi preminenti del Natale: Babbo Natale e Gesù. Per alcuni il Natale consiste solo dell’uno, per altri solo dell’altro. E nello spiegare ai nostri figli qual è il vero senso del Natale e quale l’unico e indiscutibile protagonista, ci siamo soffermati a considerare la differenza che c’è tra il dono e il premio.

Babbo Natale e i suoi “doni”

Il personaggio fantasioso di Babbo Natale viene sempre dipinto come una persona compassionevole e fondamentalmente buona che porta “doni” a tutti i bimbi, ma solo a patto che siano stati buoni durante l’anno. Tanti genitori infatti usano Babbo Natale come mezzo educativo, minacciando i propri figli che non riceveranno alcun dono se non si comportano bene, perché Babbo Natale vede ogni cosa e sa se sono stati buoni o cattivi. Ma davvero un “dono” deve essere frutto di azioni meritorie, o quello che si guadagna con il proprio comportamento/attitudine/sforzo è in realtà da considerarsi un premio, una ricompensa, e non un dono? È vero il concetto secondo il quale un “dono” va meritato? Personalmente siamo stati abituati così, che quando ricevevamo un dono, venivamo sempre minacciati che ce lo si sarebbe tolto, se non ci fossimo comportati bene. Anche a voi è successo? Avete mai fatto la stessa cosa con i vostri bambini?

Il dono

Biblicamente, i cristiani dovrebbero essere in grado di fare meglio: la differenza tra le due parole “dono” e “ricompensa” esiste e viene esplicitamente insegnata nella Scrittura. Ma davvero la teoria incontra la pratica? 

Vediamo come i dizionari definiscono la parola dono/donare:

“Dare ad altri liberamente e senza compenso cosa utile o gradita”

Dizionario Treccani

“Dare spontaneamente senza attendersi contropartita

Il Grande Dizionario Italiano

Noi, che siamo anglofoni, abbiamo anche cercato la definizione di “dono” nella lingua inglese

“A thing given willingly to someone without payment”
(cioè, “una cosa data spontaneamente a qualcuno senza alcun pagamento”)

Oxford dictionary

Il dono, quindi, così come definito dai dizionari, è frutto di un gesto spontaneo, che non reca alcuna conseguenza né in termini di pagamento né di contraccambio. Essendo così fatta la natura stessa del dono, deduciamo che tutto si concentra nelle mani di chi dona, e questo vuol dire che il gesto in sé non è preceduto da alcuna azione specifica, ma è puramente un atto di generosità.

Cosa allora ci dice la Bibbia a riguardo? Vediamo alcuni versi:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti;

Efesini 2:8-9

Qui è chiaro che il dono della grazia (attenzione, non della fede!) è un gesto che nasce esclusivamente dalla volontà di Dio di donare. Non risulta da alcuna azione meritoria, affinché nessuno possa vantarsi dinanzi a Dio: in questo modo è il suo cuore generoso ad essere esclusivamente esaltato e degno di lode. Ma c’è di più. Il dono della grazia è assolutamente gratuito! Questo vuol dire che esso non impone a chi lo riceve di dover in qualche modo contraccambiare o ripagare Dio di quanto donato. Il prossimo verso ci aiuta a comprendere questo concetto.

“Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi.”

Luca 6:35

Se il Signore ci insegna qui a prestare (che è comunque diverso dal donare, in quanto presuppone un ritorno dell’oggetto prestato) senza sperare di riceverlo indietro, tanto più Egli si aspetta che un dono possa essere dato senza contraccambio o pagamento. E questo perché il Suo carattere è buono persino verso gli ingrati e i malvagi. Così quando Dio dona, possiamo esser certi, che non richiede né si aspetta nulla in cambio. Tanti versi ci dicono questo di Dio, che ci invita a dare senza richiedere nulla a chi doniamo (Luca 6:30; Luca 14:12; Matt 10:8: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date), uno in particolare ci svela una cosa importante:

Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento.

Giacomo 1:17

Quando Dio decide, dal profondo del suo cuore, di donarci qualcosa, possiamo esser certi che Egli non cambia idea, né reca alcun peso a chi dona, proprio perché tale dono è frutto esclusivo del suo amore, non è legato ad alcuna delle nostre prestazioni. 

La benedizione dell’Eterno arricchisce ed Egli non vi aggiunge alcun dolore

Proverbs 10:22

La ricompensa

Diverso invece è il discorso della ricompensa. Vediamo la sua definizione secondo il dizionario:

Il premio inteso a contraccambiare una prestazione o un’azione considerata utile o meritevole”

GOogle

Termine generico che indica ciò che si dà in contraccambio di qualcosa di utile, come per es. un lavoro, una prestazione, un aiuto, un favore ricevuto; o come premio o riconoscimento di azioni belle e lodevoli.

Treccani

Nella ricompensa, o premio, è intrinseco il meritarselo: bisogna effettuare una prestazione lodevole, un lavoro, per poter accedere al premio/contraccambio. In questo caso, la ricompensa è condizionata dalla prestazione e non nasce quindi spontaneamente come nel caso del dono, ma si materializza solo in seguito a particolari prestazioni. Molti versi biblici ci parlano della ricompensa in questi termini:

Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia in bene che in male.

2 Corinzi 5:10

Questo verso è importante perché è rivolto alla Chiesa: Paolo qui non ci dice che quello che facciamo oggi, sia nel bene che nel male, può condizionare il nostro destino eterno in termini di vita eterna. Ma in termini di ricompensa, sì! Vedremo infatti più avanti che la salvezza (vita eterna) è un dono e come tale non viene rinnegato una volta ottenuto; ma il premio sì, quello va guadagnato a seconda di quello che facciamo.

Perché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo con i suoi angeli; e allora Egli renderà a ciascuno secondo il suo operato 

Matteo 16:22

Ecco, io vengo presto e il mio premio è con me, per rendere ad ognuno secondo le opere, che egli ha fatto.

Apocalisse 22:12

Ogni volta che la Bibbia ci parla di ricompensa, essa specifica che è frutto di un’azione meritoria, sia nel bene che nel male. 

Una volta stabilito questo, dobbiamo quindi fare attenzione a quei versi nella Bibbia che parlano di dono e quei versi che invece parlano di ricompensa, e questo al fine di distinguere le cose che già ci appartengono )perché è Dio ad avercele donate) dalle cose che invece ancora non possediamo perché dipendono da come lavoreremo per Lui. Confondere nella pratica i due termini è deleterio: da una parte perché toglie a Dio la gloria per ciò che Egli ha donato, dall’altra perché ci mette in una posizione incerta dinanzi a Lui: se non sappiamo distinguere le due cose, non sapremo lavorare efficacemente o temeremo di perdere ciò che già ci appartiene. O peggio, insegneremo che Dio, come Babbo Natale, sia pronto a riprendersi ciò che ha promesso di donarci, se non ci mostriamo degni di averlo ricevuto, con le nostre azioni. In questo modo il Nome di Dio viene bestemmiato e non glorificato. Del resto, andreste mai da una persona alla quale avete donato qualcosa per richiederlo indietro solo perché tale persona non si è mostrata riconoscente o perché non vi ha donato nulla a sua volta? E siamo noi forse più buoni di Dio? Non sia mai! Dio è buono e non c’è nessun altro come Lui. 

La distinzione mancante

È purtroppo molto comune tra le chiese non riuscire a distinguere le due parole. E questo perché, come nel caso di Babbo Natale, noi siamo abituati a pensare che doni gratuiti e immeritati siano difficili da ottenere, o che quando ne si ottiene uno, bisogni poi dimostrare di esser stati degni di averlo ricevuto o addirittura ci si affanna per ricambiare. Ma—e lo dico per esperienza personale—un dono bisogna imparare a saperlo accettare. E questo richiede un gesto di umiltà non indifferente. Mentre per il premo è giusto premere e correre la corsa al massimo delle proprie forze, perché chi arrivi al traguardo possa dire di essersi meritato il premio; nel dono l’unica vera e giusta risposta da avere verso il donatore è solo pura riconoscenza. Essere grati e nulla più. Ed è per questo che la Scrittura ci chiede in continuazione di ringraziarLo. Ma attenzione, seppure noi dovessimo esser irriconoscenti verso di Lui, agendo così in maniera ingiusta e malvagia, non dobbiamo temere che Dio si riprenda il Suo dono, perché come abbiamo visto nel verso sopra, Egli è buono persino con gli ingrati e “perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili” (Ro 11:29).

Se da un lato quel verso di Romani si riferisce ai doni e la vocazione di Dio nei confronti della nazione Israelita, è vero anche che il carattere di Dio è immutabile e il verso si presta a dedurre appunto il Suo carattere.

Pertanto, confrontando doni e ricompense come qui di seguito, possiamo essere certi che i primi sono altrettanto irrevocabili:

DONIRICOMPENSE
La vita eterna in Gesù Cristo (Ro 6:23)Comunione con Dio (1 Gv 1:6-7)
Grazia abbondante che copre ogni peccato (Ef 2:8; Ro 5:16)I frutti dello Spirito (Gal 5:22-23)
Lo Spirito Santo (At 2:38)Corona della Vita (Gc 1:12)
Doni dello Spirito (Ro 12:6-8)Corona Incorruttibile (1 Cor 9:25)
 Corona della giustizia (2 Tim 4:8)
 Corona della gloria (1 Pt 5:4)
 

Non confondiamo, pertanto, il premio con il dono; agiamo con la giusta attitudine verso l’uno e verso l’altro, ed avremo gioia, la sicurezza di appartenere a Lui, la bellezza di lavorare per Lui, non per ricevere la vita eterna, che è già nostra dal momento in cui crediamo, ma per essere premiati da Dio stesso. Grandi sono le benedizioni che Dio ha preparato per i Suoi figli, se siamo ubbidienti e lavoriamo per Lui con riconoscenza!

1 Giovanni 3:6,9 — I veri credenti non peccano?

GraceNotes n.59 del Dr. Charlie Bing

Chiunque dimora in lui non pecca chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto […] Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme di Dio dimora in lui e non può peccare perché è nato da Dio.

1 Giovanni 3:6,9 LND

(Si noti che traduzioni più moderne, come la Nuova Riveduta, non traducono “non pecca” ma “non persiste nel peccare” — affronteremo questo punto più avanti).

Molti hanno difficoltà con questi versetti (e analogamente 5:18 e altri versi in 1 Giovanni, che non possono essere inclusi in questo studio), perché sembrano contraddire l’esperienza e contraddire 1 Giovanni 1:8 che dice:

Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

e anche 1 Giovanni 1:9 che dice ai credenti che “noi” dovremmo confessare i nostri peccati.

Quindi, se Giovanni stabilisce il fatto che i credenti peccano nel capitolo 1, come può dire in seguito che i credenti non peccano? Un’interpretazione errata di questi versetti ha indotto molti cristiani a dubitare della loro salvezza.

I tempi del rapimento: la posizione pretribolazionista — Parte II

Dopo il quadro storico della prima parte, in questa seconda e ultima parte del capitolo dedicato alla posizione pretribolazionista analizzeremo passaggi chiave ed esporremo sette ragioni a favore.

Passaggi Chiave: Giovanni 14

“Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”

Giovanni 14:1-3

Molti studiosi sostenitori della dottrina vedono questo passaggio come relativo al rapimento pretribolazione. 

Un significativo numero di commentatori ha notato che ciò che ci dice il Signore in Giovanni 14 si può ritrovare nel discorso di Paolo nella sua prima lettera ai Tessalonicesi; J.B. Smith, tra questi, ha dimostrato quanto tali passaggi siano correlati. Lo studioso ha anche cercato di ricreare lo stesso parallelo tra Giovanni 14 e Apocalisse 19:11-21, senza successo: “infine neppure una singola parola nei due elenchi è usata nella stessa relazione o connessione​[5]​ dichiara Smith (p. 312).

Giovanni 14:1-3 1 Tessalonicesi 4:13-18
Turbato v.1Triste v.13
Abbiate fede v.1Credete v.14
Dio, me v.1Gesù, Dio v.14
Detto (a voi) v.2Vi diciamo v. 15
tornerò v.3Venuta del Signore v.15
Vi accoglierò v.3Verremo rapiti v.17
Presso di me v.3Incontrare il Signore v.17
Dove sono Io, siate anche voi v.3Saremo sempre con il Signore v. 17

Smith osserva che le parole e le frasi rappresentano un parallelo quasi perfetto. Si susseguono infatti nello stesso ordine; trattano entrambi solo di credenti e in entrambi i versi è descritto il loro destino, dalla tristezza della Terra alla gloria del Cielo.​[3]​

Sembra ovvio quindi concludere che Paolo stesse descrivendo lo stesso evento che il Signore Gesù ha annunciato l’ultima sera prima della Sua morte: le finalità di entrambi i passaggi sembrano indicare un evento futuro che è mirato a confortare gli animi di alcuni credenti aggravati, nel primo caso dalla dipartita del Signore Gesù, nel secondo da quella dei loro amati fratelli e sorelle. Entrambi i passaggi cercano di cambiare le loro prospettive, donandogli la beata speranza della redenzione e dell’eternità col Signore. Questo parallelo è importante nel grande dibattito pre e post tribolazione, poiché se la Chiesa venisse rapita poco prima del Secondo Avvento di Cristo sulla Terra, allora non raggiungerebbe mai le dimore in Cielo che il Signore Gesù è andato a prepararci. Come abbiamo visto, infatti, per i post-tribolazionisti la Chiesa discenderebbe immediatamente sulla Terra dopo aver incontrato il Signore a mezz’aria e comincerebbe con Lui il Millennio. Ma se così fosse, allora le frasi “nella casa del Padre ci sono molte dimore” e “vado a prepararvi un luogo” non troverebbero compimento. Non così però nel caso pretribolazionista: le dimore preparate per noi, sarebbero quelle in cui alloggeremo mentre la Tribolazione si scatena sulla Terra.

I tempi del rapimento: la posizione pretribolazionista — Parte I

E siamo arrivati alla fine del nostro viaggio attraverso le diverse posizioni teologiche riguardo al rapimento. In quest’ultimo capitolo, diviso in due parti, tratteremo della dottrina del pretribolazionismo, la quale insegna che il rapimento non sarà preceduto da nessun evento escatologico particolare, può avvenire in qualsiasi momento: vedremo la storia di questa dottrina, cercheremo di capire perché è una dottrina tardiva; analizzeremo da vicino i versi chiave che molti sostenitori del pretribolazionismo usano per giustificare le loro conclusioni ed infine diremo in sette punti perché questa è la dottrina più convincente che abbiamo finora analizzato. 

Il quadro storico

Molti antagonisti di questa dottrina puntano alla sua recente nascita per minare la sua validità. Eppure, sempre più studiosi oggi stanno concentrando i loro sforzi per colmare quel gap di 1800 anni che separa la Chiesa degli Apostoli dalla formalizzazione del moderno pretribolazionismo. Ad oggi molti documenti sono stati portati alla luce che attestano insegnamenti estremamente simili al moderno pretribolazionismo antecedenti il 1800.

Grazia Gratuita e Ipergrazia: un confronto

Abbiamo di recente pubblicato un’introduzione generale alla Grazia Gratuita: sistema teologico che esalta le promesse bibliche di Dio riguardo la nostra salvezza, la quale si trova solo nella grazia offerta nel sacrificio di Cristo al credente.

Molto spesso questo sistema teologico è confuso con un altro che ha molte cose in comune con la Grazia Gratuita, ma anche molte importanti differenze. Si tratta della Ipergrazia. Questo breve articolo vuole mettere in risalto tali differenze in modo da preparare il credente a non confondere le due teologie.

Introduzione alla Grazia Gratuita

Alcuni cristiani si identificano come arminiani, altri come calvinisti e alcuni come calminiani (enfasi aggiunta). Ma ci sono anche tanti cristiani che evitano ciascuna di queste etichette, senza avere un nome per ciò in cui credono. Direi che alcuni sostengono la Grazia Gratuita (Free Grace), senza saperlo.

Grazia Gratuita (Free Grace) è un termine relativamente nuovo, ma la sua teologia non lo è. Non è né calvinista né arminiana, ma conservatrice. Ha una visione elevata della Scrittura e supporta la predicazione espositiva e l’evangelizzazione. Ci sono molti che si dichiarano apertamente appartenenti alla Grazia Gratuita, come il Dr. Earl Radmacher, ma molti altri che lo sono essenzialmente nella loro dottrina senza chiamarla così, come il Dr. Charles Stanley.

Mi piace introdurre la teologia della Grazia Gratuita esaminando Giovanni 3:16. È uno dei versi più famosi della Bibbia e molti cristiani lo sanno a memoria. Tuttavia, ho scoperto che pochi credono davvero a ciò che Gesù promette lì.

Ecco Giovanni 3:16, suddiviso in cinque sezioni, ognuna delle quali contiene una preziosa verità:

Perché Dio ha tanto amato il mondo / che ha dato il suo Figlio unigenito / che chiunque crede in Lui / non perisce / ma ha la vita eterna.

Esaminiamo il versetto, sezione per sezione.

I tempi del Rapimento: la posizione post-tribolazionista

La posizione post-tribolazionista colloca il rapimento della Chiesa di Cristo alla fine del periodo della Grande Tribolazione, in coincidenza con il secondo Avvento del Signore (Ap 19). In linea generale, questa posizione rigetta la dottrina dell’imminenza e ritiene che la Chiesa debba passare attraverso la Grande Tribolazione per attendere il ritorno di Cristo, il quale discenderà sulle nuvole, chiamerà a sé la Chiesa (rapimento) per poi ridiscendere con lei sulla Terra e manifestarsi al mondo nel Suo ritorno.

Ora, questa descrizione è abbastanza generale e ottimistica, questo perché in realtà c’è una varietà di posizioni all’interno dell’ambito post-tribolazionista. Alcune di queste varianti sono contrastanti fra loro o sono state adattate nel tempo in risposta a problematiche scritturali neglette—come vedremo—dalla Chiesa primitiva. In questo studio cercheremo di guardare a quelle più importanti, prima di analizzare la validità del post-tribolazionismo alla luce delle Scritture.

Gesù è Yahweh – Parte I

Questo è il primo di una serie di brevi articoli che dimostreranno, usando solamente versi biblici, come gli autori del Nuovo Testamento vedevano in Gesù l’incarnazione di YHWH (Yahweh), il Dio vivente di Israele.

Per fare ciò, quando citeremo i versi del vecchio testamento, potremmo aver bisogno di modificarli per esporre l’originale. Infatti, YHWH, il nome di Dio, è storicamente offuscato dalla tradizione ebraica di non leggere il nome di Dio, ma di sostituirlo con Adonai, ovvero Signore. La Nuova Riveduta infatti segue proprio questa tradizione, mentre la Diodati, la Nuova Diodati ed altre traduzioni che si tengono in linea con la Diodati originale, rendono YHWH con Eterno.

I tempi del Rapimento: la posizione pre-ira

Nel 1990 viene pubblicato un libro dal titolo The Pre-Wrath Rapture of the Church,​[1]​ scritto da Marvin Rosenthal, ex direttore esecutivo del Ministero Friends of Israel, il quale rende popolare la posizione pre-ira del Rapimento.

La dottrina consiste nel collocare il Rapimento della Chiesa di Cristo prima dell’ultimo quarto della settantesima settimana di Daniele, prima cioè che l’Ira di Dio si scateni sulla Terra: secondo questa visione, la Chiesa di Cristo non subirà l’Ira di Dio come da promessa ma passerà attraverso l’Ira dell’Uomo e l’Ira di Satana, che saranno versate sulla terra durante i primi tre anni e mezzo della Tribolazione.

Il nome attribuito a questa dottrina risulta abbastanza confusionale se si considera che anche tutte le altre posizioni riguardo al Rapimento, sia pre, che mid o post, si possono considerare pre-ira perché concordano che la Chiesa non debba passare attraverso l’Ira di Dio. Il post-tribolazionismo di Gundry, per esempio, può essere definito pre-ira; sebbene lo studioso non identifichi il proprio pensiero con questo termine, ha dichiarato “la necessità teologica che l’Ira di Dio non tocchi una persona salvata”; Ladd afferma “Ognuno deve essere concorde che è inconcepibile che la Chiesa debba soffrire l’ira di Dio”, e così altri nomi come Kimball o Reese concordano con questo concetto.​[2]​

I tempi del Rapimento: il mid-tribolazionismo

Nella sezione precedente abbiamo guardato alla dottrina del Rapimento seguendo il testo biblico e valutando le varie opinioni a riguardo. Il ritrovamento del documento di Pseudo-Efrem ci ha rivelato che la dottrina del Rapimento non è un’idea poi tanto recente, ma appare comunque presente in altri testi risalenti all’epoca vicino alla nascita della Chiesa. Si è inoltre guardato alle obiezioni che la dottrina incontra in ambito classico e di come queste possono essere superate tramite un’esegesi coerente del testo. Avendo stabilito, quindi, che una dottrina del Rapimento non solo ha validità biblica ma anche fondamenta storiche, possiamo ora concentrarci su un altro aspetto cardine della questione: quando avverrà? È possibile stabilire se la Chiesa passerà attraverso la Tribolazione o meno? Se sì, in che fase dei fatidici sette anni?

Chiamale, se vuoi, obiezioni – Parte IV

In quest’ultima parte useremo la dichiarazione finale del fratello come spunto per un’analisi del vangelo.

Dichiarazione

La base comune come “la sola grazia mediante la fede”, “la trinità” e “l’assoluta autorità delle Scritture” fa entrare il dispensazionalismo nella chiesa di Cristo, [e sono quindi] miei fratelli.‬‬‬‬

Problemi

Uno: ciò che fa entrare qualcuno nella Chiesa di Cristo è un vangelo corretto e biblico. Il resto delle dottrine va messo da parte, anzi sottomesso al Vangelo. Gli errori dottrinali possono essere corretti, mentre un vangelo scorretto produce un falso convertito il quale non trarrà alcun beneficio dalle restanti dottrine.

Due: almeno sulla carta, il vangelo nella soteriologia riformata è, nel migliore dei casi, problematico. Innanzitutto, l’ordo salutis riformato è invertito rispetto a quello biblico. E poi c’è il rapporto tra la fede e le opere che tecnicamente non è cambiato molto rispetto a quello della chiesa romana. È su questi due punti che ci concentreremo.

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