Per Grazia

È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede

Lasciare una chiesa

Quando qualcuno lascia una congregazione

Quando qualcuno lascia una congregazione, la reazione istintiva è spesso difensiva e autoprotettiva. La narrazione si forma rapidamente e in modo prevedibile. Si presume che la colpa sia della persona che se n’è andata. Mancava di maturità. Ha resistito all’autorità. Si è inaridita spiritualmente. Non voleva servire. Non era disposta a sacrificarsi. Si è allontanata da Dio. In breve, la sua partenza viene presentata come prova del suo fallimento spirituale piuttosto che come un momento di seria autoanalisi per la comunità che ha lasciato.

Questo riflesso non è neutrale. È una forma di ipocrisia. Protegge il gruppo dalla responsabilità, addossando ogni responsabilità all’individuo che se n’è andato. Una volta accettata questa storia, non è richiesto alcun pentimento, nessuna correzione e nessun ascolto.

La mia esperienza suggerisce una conclusione diversa e molto più scomoda.

I quattro terreni

Quattro terreni, ma quanti credenti?

La parabola del seminatore è uno dei passi più frequentemente citati nei dibattiti su salvezza, perseveranza e certezza. Viene spesso utilizzata per rispondere a una domanda per la quale non era stata concepita, ovvero come distinguere i veri credenti da quelli falsi, o come la salvezza possa essere persa o dimostrata dalle opere.

Una lettura attenta del testo mostra che Gesù non sta spiegando come si ottiene la salvezza, né come mettere alla prova la realtà della salvezza. Piuttosto, sta spiegando perché la proclamazione della parola del Regno produce risultati così radicalmente diversi tra coloro che la ascoltano.

La parabola riguarda l’accoglienza della parola, la risposta nel tempo e la partecipazione alla fecondità del regno, non l’acquisizione o la perdita della vita eterna.

Rapimento o Secondo Avvento?

In questo post, approfondiremo la complessa e spesso dibattuta dottrina del rapimento. Personalmente, aderisco alla teoria del rapimento pre-tribolazione, che suggerisce che i credenti in Cristo saranno rimossi dalla Terra prima dell’inizio della grande tribolazione. Chi ha familiarità con questa dottrina potrebbe anche essere a conoscenza di altre interpretazioni, come le teorie post-tribolazione e di metà tribolazione, tra le altre. Il rapimento è un argomento di ampio dibattito, e ciò può essere attribuito a vari motivi.

Cristianesimo europeo e antisemitismo moderno

L’ostilità verso gli ebrei è emersa con allarmante frequenza all’interno della stessa cristianità (Stallard, 2020). È stato suggerito che il cristianesimo europeo abbia svolto un ruolo fondamentale nel plasmare la percezione dell’ebraismo dalla tarda antichità all’era moderna, intrecciando filoni teologici, sociali e politici in modi che hanno influenzato significativamente lo sviluppo dell’antisemitismo (Karady, 2012). Mentre le tensioni tra cristiani ed ebrei risalgono ai primi decenni, un sentimento antiebraico sistematico ha messo radici negli scritti dei Padri della Chiesa e nelle politiche ecclesiastiche medievali (pp. 18-19). Questi atteggiamenti fondativi si sono istituzionalizzati, esponendo gli ebrei ad accuse ricorrenti e promuovendo una legislazione ostile promulgata dai concili ecclesiastici e, in seguito, dai governi.

L’antisemitismo, qui definito come un pregiudizio persistente contro gli ebrei per motivi religiosi e/o razziali, fornisce un contesto essenziale (Langmuir, 1996). Questo saggio valuta come la teologia e le pratiche cristiane storiche abbiano plasmato le forme di antisemitismo che culminarono nelle atrocità del XIX e XX secolo. Sebbene il cristianesimo non possa essere ritenuto l’unico responsabile di ogni aspetto dell’antisemitismo, esso ha creato un ambiente favorevole alla retorica e alle politiche antiebraiche, soprattutto quando nuove ideologie, come il nazionalismo e la teoria razziale, hanno fatto propri pregiudizi precedenti (Katz, 1994).

Per esplorare questa tesi, il saggio inizierà con gli atteggiamenti dei primi cristiani nei confronti dell’ebraismo, concentrandosi sull’accusa teologica di deicidio e supersessionismo, che postulava il cristianesimo come sostituto divinamente ordinato dell’ebraismo. Esaminerà poi l’istituzionalizzazione del sentimento antiebraico nel periodo medievale, soprattutto attraverso i concili della Chiesa e i miti popolari, prima di tracciare cambiamenti e continuità nella Riforma. La discussione si estenderà all’Illuminismo e all’ascesa dell’antisemitismo razziale, mostrando come i tropi religiosi migrarono in nuovi quadri ideologici. Infine, il saggio prenderà in considerazione gli sviluppi del XX secolo, tra cui l’Olocausto e i tentativi cristiani di affrontare l’eredità dell’antiebraismo, esemplificati da riforme come Nostra Aetate (Valkenberg, 2016).

L’obiettivo è chiarire come le radicate prospettive teologiche e le politiche ecclesiastiche abbiano alimentato il pregiudizio contro gli ebrei, riconoscendo al contempo che questi atteggiamenti non erano monolitici e spesso riflettevano dinamiche culturali e politiche più ampie. Ricostruire questa eredità consente una comprensione più profonda di come l’antigiudaismo cristiano abbia generato una lotta identitaria nei confronti degli ebrei.

La Necessità Giuridica del Natale

Spesso a Natale ci fermiamo all’atmosfera, ma c’è una necessità giuridica dietro l’incarnazione che dobbiamo comprendere per apprezzare ancora più a pieno l’annuncio della buona novella. Tutto ruota attorno al concetto di Go’el. Ma partiamo dall’inizio.

Neemia e Apocalisse

La Pergamena e il Salvatore: riscoprire il tesoro della scrittura

Sin da quando sono diventata cristiana, la mia fonte primaria di gioia è quando Dio si rivela nella Scrittura. Quando riesco a leggere un passo e a collegarlo ad altri nella Bibbia, sperimento il miracolo dell’unico Dio che opera attraverso il tempo e lo spazio, raggiungendo piccola me e mostrandomi la potenza della Sua Parola eterna.

“L’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio sussiste per sempre.” (Isaia 40:8)

In un mondo definito da cose che finiscono—il passare dei tempi e delle stagioni, l’affievolirsi della vita, il costante cambiamento della natura—io gioisco nel vedere Dio che parla e agisce, che promette e adempie, che è morto ed è risorto. Egli non finisce e non cambia e la Sua Parola riflette queste sue caratteristiche. 

Quando Lo vedo nella Scrittura, in un versetto, e sperimento la potenza della Sua Parola, vedo la stessa potenza muoversi in me. Essa trasforma il mio dolore in gioia, i miei bisogni in abbondanza e i miei limiti in opportunità. Mi dona l’audacia per proclamarla e la forza per ubbidirla.

Tuttavia, nella cristianità moderna, vedo spesso svilupparsi un modello diverso. Troppo spesso, ci avviciniamo alla Bibbia con una mente preconcetta, con bisogni impellenti e aspettative egocentriche intrecciate in ogni versetto. Temo che, agendo in questo modo, manchiamo di collegarci alla potente Fonte di Vita e così la Parola di Dio manca di portare frutto in noi. Eppure se solo ci abbandonassimo al testo biblico nudi e privi di qualsiasi nostra influenza personale su di esso, allora possiamo veramente sperimentare la benedizione di trovare nella Parola il Tesoro Più Grande e Prezioso di Tutti: il Suo Autore e Gesù Cristo Suo Figlio. Lui è il premio che tutti dovremmo cercare tra le pagine della Bibbia.

Mentre ero a un incontro biblico la scorsa notte, stavamo leggendo Neemia 8. Mentre esaminavo il capitolo, qualcosa mi è venuto in mente: ho avuto l’impressione che la scena descritta fosse qualcosa che avevo letto anche altrove nella Bibbia. Alla fine mi è venuto in mente Apocalisse e così ho preso una Bibbia e la pagina mi si è aperta su Apocalisse 5 e ho iniziato a confrontare i due passaggi. Stupita e piena di gioia, ho potuto vedere delle somiglianze che erano impossibili da ignorare o da considerare pura coincidenza. Ecco cosa ho trovato.

Una riflessione sull’educazione alla pace a scuola

Negli ultimi giorni ci siamo trovati di fronte a una decisione: come reagire quando la scuola propone iniziative che, pur vestite del linguaggio della pace e della convivenza civile, presentano contenuti, metodi e simboli difficilmente conciliabili con una visione cristiana del mondo?

La circostanza, nel nostro caso, è stata la Marcia della Pace organizzata dalla scuola dei nostri figli. Una manifestazione pubblica, con cartelloni, canti e la partecipazione di figure politiche e istituzionali.

L’iniziativa, nelle sue intenzioni, vuole promuovere valori condivisibili da tutti. Tuttavia, osservandola con attenzione, rivela almeno tre criticità che credo sia necessario discutere apertamente, non per spirito polemico, ma per responsabilità educativa.

Romani 6:23

Il dono gratuito della vita eterna

I cinici spesso dicono che “niente è mai veramente gratis”. Ma questo libro, la Bibbia, parla del dono gratuito più grande di tutti: la vita eterna.  

Questo è offerto da Dio a tutta l’umanità,

“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).

Chi erano? Chiarimenti su Giovanni 8:31–47

L’ottavo capitolo del Vangelo di Giovanni contiene uno dei dialoghi più fraintesi del Nuovo Testamento. Inizia con la splendida affermazione: “Mentre egli parlava così, molti credettero in lui.” (Giovanni 8:30), ma nel giro di pochi versetti, coloro che sembrano aver creduto vengono definiti bugiardi, assassini e figli del diavolo. Per secoli, i commentatori hanno faticato a spiegare questa tensione. Questi “credenti” hanno forse perso la fede? La loro fede era insincera fin dall’inizio? La fede non è sufficiente? O sta accadendo qualcos’altro nella narrazione che molti non sono riusciti a vedere?

La risposta non sta nel sminuire il significato della  fede, ma nel leggere attentamente ciò che Giovanni ha effettivamente scritto.

Il 7 ottobre e il risveglio di un antico odio

Il 7 ottobre 2023 rappresenta un’immensa tragedia per Israele. L’attacco immotivato di Hamas verso la popolazione civile, che è stata brutalmente assassinata e rapita, ha sconvolto il mondo.

Nelle prime ore di quel sabato mattina, in concomitanza con la festa ebraica di Simchat Torah, oltre 3.000 razzi lanciati da Gaza colpirono città e villaggi israeliani. Sotto la copertura dei bombardamenti, circa 2.000 militanti di Hamas violarono la barriera di confine in più punti, invadendo più di venti comunità civili e avamposti militari. Massacrarono intere famiglie nelle loro case, colpirono brutalmente a morte migliaia di giovani che partecipavano a un festival musicale vicino a Reim, bruciarono case con persone al loro interno e portarono a Gaza più di 240 ostaggi, tra cui donne, bambini e anziani. Oltre 1.200 israeliani furono uccisi in un solo giorno, rendendolo l’attacco più mortale contro gli ebrei dai tempi dell’Olocausto. Hamas filmò e trasmise molte delle uccisioni, celebrandole come una vittoria religiosa. E vi risparmierò i dettagli raccapriccianti e crudi delle loro azioni.

Ma ciò che seguì fu altrettanto rivelatore: mentre Israele cerca di smantellare l’infrastruttura terroristica a Gaza, viene accusato di genocidio, fame infantile e crudeltà. Ancora una volta, lo Stato ebraico diviene bersaglio di un’inversione morale: accusato di aver tentato di difendere i propri cittadini.

Tali reazioni non sono nuove. Sono echi di un antico odio che è riemerso in ogni generazione. I nemici di Israele cambiano nome e lingua, ma l’ostilità di fondo rimane la stessa. L’indignazione seguita al 7 ottobre ha messo in luce quanto l’antisemitismo sia profondamente radicato nella coscienza occidentale. Mentre Israele esercita moderazione e precisione per evitare vittime civili, i media mondiali amplificano narrazioni distorte, rilanciando la più antica di tutte le calunnie: l’idea che gli ebrei siano intrinsecamente colpevoli.

Questo odio, tuttavia, non può essere spiegato solo dalla politica o dai pregiudizi dei media. Le sue radici sono teologiche. Il mondo odia Israele perché Dio lo ama. Il conflitto spirituale che circonda Israele non riguarda confini o politiche: riguarda la fedeltà di Dio alle Sue promesse.

Figliol Prodigo

Una volta figlio, per sempre figlio

Il Ritorno del Figliol Prodigo di Rembrandt, che raffigura l’abbraccio del padre al figlio ribelle. Lo stato pietoso in cui si trova figlio non vanifica il suo stato di figlio né l’amore del padre, illustrando il legame duraturo tra Dio e i Suoi figli. 

Per molti lettori, la parabola del figliol prodigo evoca una drammatica scena di conversione, un non credente che tocca il fondo e infine “arriva a Gesù”. Innumerevoli appelli all’altare sono stati costruiti attorno a questa amata storia. Eppure, ironicamente, la parabola non riguarda affatto come un non credente diventi figlio di Dio; riguarda un figlio traviato, già in famiglia, che rompe la comunione e in seguito viene ristabilito. Se correttamente interpretato, il viaggio del figliol prodigo afferma con forza la dottrina della sicurezza eterna, dimostrando che una volta che si è veramente figli del Padre, tale status non è mai in pericolo.

Ravvedimento e Regno: perché Israele è ancora importante

Ho scritto e discusso questo punto diverse volte in passato e, per me, non serve altro che un’attenta lettura di Matteo 24 per capire che la seconda venuta di Gesù è un evento giudeocentrico. È Gerusalemme che Egli piange. È a Sion che ritorna. Ed è il ravvedimento nazionale di Israele a fungere da cardine della storia della redenzione.

Ciononostante, vorrei commentare qui un prezioso articolo di Michael J. Vlach intitolato Israel’s Repentance and the Kingdom of God (MSJ 27/1, primavera 2016). Sebbene Vlach e io potremmo non essere d’accordo su tutto—lui è riformato nella sua soteriologia, mentre io sostengo la teologia della Grazia Gratuita—il suo lavoro su Israele e l’escatologia è solido, equilibrato e ben documentato. Questo articolo, in particolare, evidenzia ciò che molti sembrano trascurare: il modello profetico che collega il ravvedimento nazionale di Israele con l’avvento del regno e il ritorno del Messia.

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