L’unico libro della Bibbia che ha lo scopo preciso e dichiarato di predicare il messaggio della vita eterna è quello di Giovanni. Lui stesso ce lo dice: 

Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Giovanni 20:30-31

Giovanni ribadisce ripetutamente l’unica condizione per ottenere la vita eterna: credere in Colui che Dio ha mandato (cfr. Gv 6:29). Difatti, il verbo greco pisteou (credere) appare nel Vangelo secondo Giovanni ben 98 volte, quasi un terzo di tutte le occorrenze bibliche.

Nella prima lettera di Giovanni il verbo compare altre 7 volte, e una volta appare anche il sostantivo, in uno dei versi più belli dell’epistola:

Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

1 Giovanni 5:4

L’enfasi sul fare

Le seguenti frasi, molte delle quali avrete sentito sicuramente, ci danno un esempio di come la chiesa odierna sia concentrata sul fare:

Avrete la vita eterna se…

  • …date la vostra vita a Cristo
  • …avete una relazione con Gesù
  • …(prendete la vostra croce e) seguite Gesù
  • …dedicate la vostra vita a Gesù
  • …fate una scelta per Gesù
  • …diventate discepoli di Gesù
  • …accettate Gesù
  • …ricevete Gesù nel vostro cuore
  • …siete stati investiti in potenza dallo Spirito Santo e parlate in lingue

Cosa hanno in comune?

  • Nessuna assomiglia al messaggio di Giovanni.
  • Nessuna parla di credere, ma di fare o sentire
  • Tutte sottintendono che credere non è sufficiente, implicando— intenzionalmente o meno—una salvezza per opere

Ad esempio, proprio qualche giorno fa ho sentito la frase: «non andrete in cielo seguendo la Legge, ma seguendo una persona: Gesù». Seppur pronunciata con la migliore delle intenzioni, l’enfasi di questa massima è ancora una volta sul fare e non sul credere.

Falsa certezza e falsi “test”

Molti dicono che se non perseveri e ti santifichi progressivamente, non hai creduto per davvero (tipico è l’uso fuori contesto di Matteo 24:13, dove il perseverare fino alla fine garantisce lo scampare vivi alla tribolazione). Altri credono che la mancata perseveranza indichi una perdita di vita eterna. Altri ancora credono che “una trasformazione visibile” o “un impegno concreto” debbano necessariamente seguire, altrimenti non si è mai creduto veramente (similmente al primo gruppo). Certi altri insegnano che bisogna avere un’esperienza spirituale in potenza, come la visione pentecostale del dono delle lingue, per essere “veri credenti”.

Si potrebbe proseguire con esempi simili, ma il concetto è chiaro: credere non basta per nessuno di questi gruppi.

Puntualmente, facendo questo discorso, vengo accusato di voler dare una licenza per peccare. Ben venga questa accusa, che arriva a chi predica lo stesso messaggio di giustificazione per sola fede che Paolo predicava (Ro 6:1-2). Come dice Michael Eaton

Quando si predica il Vangelo in modo appropriato, è probabile venir fraintesi. È probabile che qualcuno dica: “Stai predicando troppo la grazia. Stai predicando che possiamo solo peccare”. […] Se si sta predicando ciò che predicavano Gesù e Paolo, si verrà fraintesi allo stesso modo

(Michael Eaton, Living Under Grace, p. 17)

Il fatto che Paolo riceva questa obiezione dimostra che l’apostolo predicava un messaggio che lasciava aperta la possibilità di credenti carnali (1 Co 3:1-2) che, non maturando mai, sono praticamente indistinguibili da non credenti. Ma il fatto che ci sia questa possibilità non vuol dire che Paolo insegnasse alle persone di continuare nel peccato! Tutt’altro. Ma mai Paolo (così come altri) usa la perseveranza nel peccato di un credente come prova di una sua presunta fede non genuina.

Pertanto, non voglio dire affatto che non dobbiamo cercare di imitare il nostro Maestro, tutt’altro. Ma bisogna discernere il contesto correttamente e capire che “seguire Gesù” non è come si ottiene il dono della vita eterna. Seguire Gesù è ciò ci fa discepoli, non ciò che ci fa credenti.

Ma la vera domanda è: non dovremmo imitare Gesù anche nella sua predicazione? E imitare anche Paolo, così come lui imitava Cristo (1 Co 11:1)? E cosa dicevano?

Chi crede nel Figlio ha vita eterna; chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Gesù (in Giovanni 3:36)

Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù Cristo, e sarai salvato tu e la tua famiglia».

Paolo (in Atti 16:29-31)

Ciò detto, ci resta da discutere due domande; l’una legittima, l’altra no.

Domanda legittima: a cosa bisogna credere?

Siccome credere è l’unica condizione per ottenere la vita eterna, è legittimo chiedere a cosa bisogna credere. Secondo Giovanni, perché “abbiate vita nel suo nome” dovete credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (Gv 20:31). Questa non è una dichiarazione isolata; per esempio, Giovanni lo ribadisce nella sua prima epistola:

Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio.

1 Giovanni 5:1

Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figlio di Dio?

1 giovanni 5:4

Questo sarebbe sufficiente come risposta, se non fosse per il fatto che Giovanni scriveva circa 2000 anni fa, intendendo cose ben specifiche che il suo uditorio non aveva alcun difficoltà a comprendere, ma che potrebbero lasciare noi un po’ perplessi: non è un po’ poco dire semplicemente di credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio? No.

Le cose che l’uditorio di Giovanni non aveva difficoltà a comprendere da quella semplice affermazione sono le stesse che Giovanni ha scritto nel suo Vangelo, «affinché crediate» (Gv 20:30). Pertanto, credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, significa credere alle cose che Giovanni ci presenta nel suo primo libro. E grazie a Dio, tali cose possono essere riassunte in due categorie, che Giovanni stesso ci fornisce:

Egli è il vero Dio e la vita eterna.

1 Giovanni 5:20

Gesù è il Figlio di Dio: è divino. Gesù è il Cristo: dà la vita eterna. Per corroborare ciò entra in gioco il discorso con Marta. Gesù le disse:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

Giovanni 11:25-26

Cosa rispose Marta a Gesù?

«Sí, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo»

Giovanni 11:27

Si noti che Marta non rispose semplicemente “Sì, ci credo”, ma “Sì, credo che sei il Cristo, il Figlio di Dio”, equiparando chiaramente ciò che Gesù aveva appena detto di sé stesso col fatto che Egli fosse il Cristo e il Figlio di Dio. Si noti che in questo scambio Gesù mette in risalto solo il fatto che lui è la risurrezione e la vita, non la sua divinità. Eppure la risposta di Marta ci fa capire come le due cose sono inestricabili per un Giudeo credente del primo secolo.

Per Marta, così come per Giovanni, il fatto che Gesù fosse il Cristo, il Figlio di Dio equivaleva al fatto che Egli fosse il Vero Dio e che in Lui—e solo in Lui—si trova la Vita e la Risurrezione.

Ma perché era così chiaro per loro? Non ci è stato forse ripetuto che gli Ebrei dell’epoca avevano una visione distorta del Messia? Certo, quelli che sono finiti col rigettare la Messianicità di Gesù certamente avevano una visione distorta del Messia, avendo in mente solo un Mashiach ben David (Messia figlio di Davide) senza il corrispettivo Mashiach ben Yosef (Messia figlio di Giuseppe). Ma quelli che credettero, chiaramente avevano un’idea corretta del Messia; le pecore che il Padre aveva dato al Figlio (Gv 10:29) credettero a Gesù perché avevano già creduto al Padre, ovvero alle Scritture, e non ai capi religiosi.​*​

Che il Messia fosse colui che avrebbe donato loro la risurrezione e la vita era chiaro da Isaia 53 (cfr. Is 53:11-12). E che il Messia fosse Divino era palese da innumerevoli passaggi a loro chiarissimi (es. Zac 12:10), ma che troppi mettono in dubbio oggi.

È per questo che Giovanni apre il suo Vangelo col famoso prologo che dichiara apertamente e chiaramente che Gesù è Dio nella carne. Il resto del suo Vangelo non può essere letto se non in funzione del prologo (ragion per cui settari come i Testimoni di Geova alterano i primi versi di questo libro), e pertanto vediamo Gesù ripetutamente descritto come l’autore della risurrezione e della vita, ruoli riservati al Dio vivente.

Ecco perché Giovanni sottolinea continuamente che per avere la vita eterna bisogna semplicemente credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Lo stesso fa Paolo, quando dice “credi nel Signore Gesù” per essere salvato.

È sbagliato, quale che sia la ragione, cambiare questo messaggio con altri che implicano il fare e non il credere. È credendo che Dio, in Cristo, dona gratuitamente la vita eterna, che la si ottiene.

Domanda illegittima: che significa credere?

Questa è la domanda illegittima; andiamo a vedere perché.

Innanzitutto, voglio chiarire che chiedersi “cosa significa credere” non è la stessa cosa che chiedersi “cosa intendeva Giovanni quando diceva di credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. Perché? Perché i testi vanno analizzati nel loro Sitz im Leben, ovvero alla luce del contesto storico-culturale originale. E Giovanni a suo tempo ha usato parole chiare. Non solo, ma i suoi testi spiegano da soli cosa egli intendesse.

Alla luce di ciò, parliamo del verbo tradotto “credere”. Questo è ancora chiaro tutt’oggi, ed è per questo che viene tradotto sempre in quel modo. La chiave biblica ci dice chiaramente che pisteuó significa ‘credere, avere fiducia, affermare, essere persuasi, affidare’. Ciò è confermato anche dal dizionario BDAG.

Eppure, troppe volte ho sentito pastori chiedersi retoricamente dal pulpito “ma cosa vuole dire credere?” per poi passare a spiegare che significa qualcosa “di più” di credere (e ovviamente, questo “di più” implica, in un modo o nell’altro, il fare).

Uno dei problemi del chiedersi cosa “credere” voglia veramente dire è che la domanda ci fa entrare in territorio gnostico. Quando ci si chiede se c’è qualcosa di più dietro il significato chiaro di una parola, allora, come gli gnostici, si crede che il vero significato di qualcosa è nascosto (e di solito riservato a pochi eletti).

Nel caso della Bibbia in generale, questo atteggiamento attacca direttamente il carattere giusto ed equo di Dio, che intende “far misericordia a tutti” (Ro 11:32). E nel caso specifico del Vangelo della Vita Eterna, l’inchiesta gnostica va a minare direttamente il sola fide: ancora una volta, l’attacco è sulla sufficienza della fede per ottenere la grazia della vita eterna. Ancora una volta, le persone che si pongono retoricamente questa domanda dal pulpito stanno dichiarando al loro uditorio che “credere” non è abbastanza.


  1. ​*​
    Per questioni di tempo e spazio, non andrò nel dettaglio, ma i Rotoli del Mar Morto e i vari commentari trovati tra questi confermano che l’aspettativa dei credenti dell’epoca era quella di un Messia Divino e Redentore.