In questi giorni gira sui social un titolo attribuito a Leone XIV: «Non è veramente pro-life chi dice di essere contro l’aborto ma a favore della pena di morte e del trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti». Circola come se fosse una notizia fresca. Non lo è. Le parole risalgono al 30 settembre 2025 e hanno un contesto preciso, che il titolo non riporta.
Il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, aveva deciso di conferire un premio alla carriera al senatore democratico Dick Durbin per il suo impegno a favore degli immigrati. Una decina di vescovi americani aveva protestato, perché Durbin sostiene la legalità dell’aborto. Interpellato dai giornalisti, il Papa, anche lui di Chicago, ha difeso la scelta di valutare la carriera del senatore nel suo insieme. Lo stesso giorno l’arcidiocesi ha annunciato che Durbin aveva rinunciato al premio.
Il contesto conta. La frase non nasce come riflessione astratta di bioetica. È stata pronunciata per giustificare l’onore reso a un politico favorevole all’aborto legale.
Che cosa ha detto davvero
Secondo l’Associated Press, le parole del Papa sono queste (traduzione mia): «Chi dice “sono contro l’aborto” ma dice “sono favorevole alla pena di morte” non è veramente pro-life. Chi dice “sono contro l’aborto, ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti”, non so se sia pro-life».
Le due affermazioni non hanno lo stesso peso. Sulla pena di morte il giudizio è netto. Sull’immigrazione il Papa esprime un dubbio: «non so se». Il titolo italiano le fonde in un’unica sentenza, più dura dell’originale. Conviene esaminarle separatamente.
Un equivoco sul termine «pro-life»
Nel dibattito sull’aborto, «pro-life» ha un significato preciso: la tutela della vita umana innocente dall’uccisione intenzionale. Il ragionamento del Papa regge solo se il termine si allarga fino a comprendere qualsiasi soppressione della vita e qualsiasi danno ai più deboli.
L’allargamento non è innocuo. Se «pro-life» significa tutto, l’aborto diventa una voce in un elenco, da bilanciare con le altre. È proprio ciò che è accaduto nel caso Durbin. Nel giudizio complessivo, l’impegno per gli immigrati compensa il sostegno all’aborto legale. La coerenza invocata produce un livellamento.
C’è anche un problema logico. Si accusa di incoerenza chi distingue due casi, ma senza dimostrare che la distinzione sia arbitraria. La distinzione invece ha un fondamento, e la Scrittura lo rende esplicito.
Pena di morte: sangue innocente e spada del magistrato
La Scrittura distingue tra lo spargimento di sangue innocente e lo spargimento di sangue per giustizia. E fonda entrambi sullo stesso principio.
Il testo decisivo è Genesi 9:6: «Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine». L’immagine di Dio è la ragione per cui l’omicidio è vietato, ed è la stessa ragione per cui l’omicida perde la vita. Non ci sono due valori in tensione: c’è un solo principio, applicato con coerenza.
Il testo appartiene al patto con Noè. È anteriore al Sinai ed è rivolto all’umanità intera. Non è legislazione mosaica che decade insieme alla Legge. Chi distingue con cura le economie divine non può liquidarlo come norma riservata a Israele.
Il resto della rivelazione lo conferma. Numeri 35:31–33 vieta di accettare un riscatto per la vita dell’omicida. In Romani 13:4 il magistrato «non porta la spada invano»: la μάχαιρα è uno strumento reale, non un simbolo generico di autorità. In Atti 25:11 Paolo dichiara davanti a Festo che, se avesse commesso qualcosa degno di morte, non rifiuterebbe di morire. Contesta l’accusa, non la legittimità della pena.
L’aborto ricade invece sotto un altro divieto: «non far morire l’innocente e il giusto» (Esodo 23:7). Tra le cose che il Signore odia ci sono «le mani che spargono sangue innocente» (Proverbi 6:17). Tra i due casi non c’è incoerenza. C’è la differenza tra il colpevole e l’innocente.
Un problema per la tradizione cattolica
Da evangelico non riconosco autorità vincolante al Papa né al Magistero. La sua affermazione, però, crea una difficoltà seria proprio all’interno della sua tradizione.
Tommaso d’Aquino difende la liceità della pena capitale (Summa Theologiae II-II, q. 64, a. 2). Nel 1208 Innocenzo III la inserì nella professione di fede richiesta ai valdesi che rientravano nella comunione romana. Il Catechismo del Concilio di Trento la ammette. Giovanni Paolo II, in Evangelium vitae (1995, n. 56), ne restringe l’uso a casi rarissimi, ma non la dichiara illecita in sé. Solo nel 2018 Francesco ha riformulato il n. 2267 del Catechismo, definendola «inammissibile».
Se il criterio di Leone XIV è valido, per gran parte della sua storia la Chiesa cattolica non è stata «veramente pro-life». Edward Feser e Joseph Bessette hanno sostenuto che la svolta del 2018 non si concilia con l’insegnamento precedente (By Man Shall His Blood Be Shed, 2017). Non tocca a me risolvere la questione per i cattolici. Basta osservare che il criterio, applicato con coerenza, colpisce Tommaso, Innocenzo III e Trento.
Immigrazione: un’altra categoria morale
Sull’immigrazione il Papa è stato più cauto, e con ragione. Qui la questione cambia natura.
L’aborto è un atto: l’uccisione diretta di un essere umano innocente. La politica migratoria è un insieme di decisioni prudenziali: quanti accogliere, con quali criteri, come far rispettare la legge. Su queste decisioni cristiani ugualmente seri possono arrivare a conclusioni diverse.
Lo scrisse lo stesso Joseph Ratzinger nel 2004. Da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviò al cardinale McCarrick un memorandum sulla comunione ai politici cattolici. Vi osservava che tra i cattolici può esserci una legittima diversità di opinioni sulla guerra e sulla pena di morte, ma non sull’aborto e sull’eutanasia. Il criterio del suo successore va nella direzione opposta.
C’è però un aspetto che il dibattito pubblico tende a dimenticare. Cristo è morto per tutti (2 Corinzi 5:14–15; 1 Giovanni 2:2): per il migrante che arriva e per la comunità che lo riceve. L’amore del prossimo non si esaurisce in chi bussa alla porta. Comprende anche la famiglia del quartiere, l’anziano che vive da solo, la ragazza che torna a casa la sera. Il magistrato porta la spada perché è «ministro di Dio per il tuo bene» (Romani 13:4). Proteggere i cittadini non è un’alternativa alla carità: è una delle sue forme.
La Torah stessa non tratta tutti gli stranieri allo stesso modo. Il gēr (גֵּר), lo straniero residente, viveva sotto la legge d’Israele e ne riceveva la tutela. Il nokrî (נָכְרִי), lo straniero rimasto estraneo al patto e alle sue norme, non godeva delle stesse prerogative. Deuteronomio 14:21 li distingue nello stesso versetto; Deuteronomio 15:3 e 23:20 lo confermano. L’accoglienza biblica presuppone un’integrazione reale nell’ordine giuridico e morale della comunità. Uno Stato che verifica chi entra, ne valuta la pericolosità e misura la propria capacità di integrare non tradisce il comandamento. Lo applica.
Resta vero che anche il migrante che arriva da un paese musulmano è un uomo per cui Cristo è morto. Per molti è la prima occasione di ascoltare il vangelo. Il cristiano può chiedere confini ordinati e leggi rispettate senza smettere di vedere nello straniero qualcuno da raggiungere.
Resta un problema di formulazione. Nessuno dichiara di essere «d’accordo con il trattamento disumano». Il disaccordo reale riguarda fatti e politiche: se un certo trattamento sia disumano e quale applicazione della legge sia giusta. La Casa Bianca, del resto, ha respinto l’accusa. Presentare la questione come approvazione della disumanità significa dare per dimostrato ciò che andava dimostrato.
La versione migliore dell’argomento
Sarebbe scorretto fermarsi qui. L’argomento del Papa ha una versione più solida, che merita una risposta.
È l’«etica coerente della vita» proposta dal cardinale Joseph Bernardin alla Fordham University nel 1983, nota anche come «veste senza cuciture». La tesi è che una difesa della vita che si ferma alla nascita perde credibilità. Ha un fondamento biblico reale. La Torah comanda di amare lo straniero come sé stessi (Levitico 19:33–34) e ricorda a Israele di essere stato straniero in Egitto (Deuteronomio 10:18–19). Ci sono poi obiezioni pratiche alla pena capitale da prendere sul serio: condanne di innocenti, applicazione diseguale, fiducia mal riposta nello Stato moderno.
Queste ragioni chiedono prudenza nell’esercizio della giustizia. Non dimostrano che i casi siano moralmente equivalenti. E lo straniero della Torah viveva sotto la stessa legge del nativo (Numeri 15:15–16). I testi non autorizzano a considerare irrilevanti le frontiere o la legge.
Come rimprovero alla compassione selettiva, l’argomento coglie nel segno. Come definizione di che cosa significhi difendere la vita, non regge.
Conclusione
Il problema della frase non è l’invito ad avere a cuore tutte le vite: quello è un dovere cristiano. Il problema è mettere sullo stesso piano tre cose diverse: l’uccisione dell’innocente, la punizione del colpevole e il dibattito su una politica pubblica. Nel caso concreto, il risultato è stato relativizzare l’aborto per onorare chi lo sostiene.
La Scrittura non ci chiede di scegliere tra il bambino non nato e lo straniero. Ci chiede di proteggere l’innocente, di trattare lo straniero con giustizia e amore, e di riconoscere al magistrato la spada che Dio gli ha affidato. Tenere insieme queste tre cose non è incoerenza. È leggere la Bibbia per intero.
Fonti
- Associated Press, «Pope Leo XIV says people are ‘not really pro-life’ if they support the death penalty», 2 ottobre 2025
- NewsNation, «Pope Leo XIV weighs in on abortion, death penalty, immigrants», ottobre 2025
- Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 64, a. 2
- Innocenzo III, professione di fede per i valdesi (1208)
- Catechismo del Concilio di Trento, parte III, quinto comandamento
- Giovanni Paolo II, Evangelium vitae (1995), n. 56
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2267 (revisione del 2018)
- J. Ratzinger, Worthy to Receive Holy Communion: General Principles (2004)
- E. Feser – J. M. Bessette, By Man Shall His Blood Be Shed: A Catholic Defense of Capital Punishment, Ignatius Press 2017
- J. Bernardin, discorso alla Fordham University, 6 dicembre 1983
- Citazioni bibliche: Nuova Riveduta 2006
