Matteo 18:18-20 è tra i passi più citati del Nuovo Testamento e tra i meno letti nel loro contesto.
«Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo. {In verità} vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18:18-20, NR06).
Presi da soli, questi versetti sembrano parlare di potere spirituale, di preghiera infallibile e di presenza divina nel culto. Nel discorso di Gesù, però, non aprono un argomento nuovo. Chiudono una procedura precisa su come trattare il fratello che pecca (vv. 15-17) e preparano la domanda di Pietro sul perdono (vv. 21-35).
La tesi di questo articolo è semplice: i tre versetti sono la ratifica della procedura. Il v. 18 dà autorità alla decisione della comunità, il v. 19 riguarda l’accordo di chi è coinvolto nel caso, il v. 20 fonda tutto sulla presenza di Cristo. Chi li stacca da questo quadro non ottiene un significato più ampio, ne ottiene uno diverso.
Il contesto: un unico discorso
Matteo 18 è un discorso unitario sulla vita della comunità, e ogni sezione prepara la successiva:
- vv. 1-5: chi è il più grande? Chi si fa piccolo come un bambino.
- vv. 6-9: guai a chi fa inciampare uno di questi piccoli.
- vv. 10-14: la pecora smarrita. «Così il Padre vostro che è nei cieli vuole che neppure uno di questi piccoli perisca» (v. 14).
- vv. 15-20: che cosa fare quando un fratello pecca.
- vv. 21-35: quante volte perdonare, e la parabola del servo spietato.
La procedura dei vv. 15-17 è questa:
«Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18:15-17).
Tre dettagli contano per tutto il resto.
Lo scopo è il recupero. Il verbo del v. 15 è ἐκέρδησας (ekerdēsas, «hai guadagnato»). Il successo della procedura non è l’espulsione, è il fratello riconquistato. Il passo segue immediatamente la parabola della pecora smarrita, e non per caso.
I «due o tre» vengono dalla Legge. Il v. 16 cita Deuteronomio 19:15: «Un solo testimone non sarà sufficiente contro qualcuno […]; il fatto sarà stabilito sulla deposizione di due o di tre testimoni». È il linguaggio del tribunale, non della riunione di preghiera. Quando al v. 20 ricompare «due o tre», il lettore ha ancora nell’orecchio il v. 16.
Il peccato è un’offesa personale. Le parole «contro di te» (εἰς σέ, eis se) mancano in alcuni dei manoscritti più antichi, tra cui il Sinaitico e il Vaticano, e l’edizione critica Nestle-Aland (NA28) le mette tra parentesi quadre. Anche senza di esse, però, la domanda di Pietro al v. 21 («quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me?») rilegge tutta la sezione come un discorso sull’offesa tra fratelli.
Legare e sciogliere (v. 18)
Nel contesto, «legare e sciogliere» è la decisione della comunità sullo stato del fratello: resta in comunione, oppure va trattato «come il pagano e il pubblicano».
Chi parla e a chi. I verbi sono δήσητε (dēsēte, «legherete») e λύσητε (lysēte, «scioglierete»), al plurale. In Matteo 16:19 la stessa promessa è rivolta a Pietro, al singolare. Qui è rivolta alla comunità che il v. 17 chiama ἐκκλησία (ekklēsia, «assemblea, chiesa»), cioè proprio a chi ha appena ascoltato il caso.
Da dove viene l’espressione. Nel linguaggio giudaico, אָסַר (asar, «legare») significava dichiarare qualcosa proibito e הִתִּיר (hittir, «sciogliere») dichiararlo permesso. Si usava anche per imporre o togliere un bando a una persona. Giuseppe Flavio descrive così il potere dei farisei sotto la regina Alessandra (76-67 a.C.): divennero di fatto gli amministratori dello Stato, e legavano e scioglievano chi volevano (Guerra giudaica 1.111). È linguaggio di governo e di giudizio, non di esorcismo. Il parallelo più vicino nel Nuovo Testamento è Giovanni 20:23: «A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».
Che cosa dice la grammatica. La forma greca ἔσται δεδεμένα (estai dedemena) è un futuro perfetto perifrastico, letteralmente «sarà stato legato». Nel 1939 Julius Mantey sostenne che va tradotto proprio così: la comunità riconosce sulla terra ciò che in cielo è già stabilito. Henry Cadbury gli rispose nello stesso numero del Journal of Biblical Literature che, in frasi condizionali generali come questa, un semplice futuro rende bene il senso (Cadbury 1939). La questione resta aperta, ma nessuna delle due letture dà alla chiesa un potere autonomo: o la chiesa riconosce una decisione celeste, o Dio conferma una decisione presa secondo la sua parola e con testimoni.
Lettura sbagliata: il «potere» sul mondo spirituale
In molti ambienti il versetto è diventato una formula: «Lego lo spirito di malattia», «Sciolgo la benedizione su questa casa». Il credente avrebbe così l’autorità di operare guarigioni e liberazioni pronunciando le parole giuste. Il testo non regge questa lettura, per quattro motivi.
- Manca l’oggetto. Nel passo non ci sono demoni, malattie o benedizioni. L’oggetto dei vv. 15-18 è un fratello che ha peccato.
- Il vocabolario è giuridico. «Legare e sciogliere» apparteneva al tribunale e al governo della comunità. Matteo 12:29 («legare l’uomo forte») viene spesso citato come parallelo, ma lì descrive l’opera di Gesù contro Satana e usa un’immagine diversa, non una formula affidata ai discepoli.
- La direzione è rovesciata. Se il perifrastico ha peso, il movimento va dal cielo alla terra. La formula carismatica pretende invece che una parola detta sulla terra obblighi il cielo.
- Il Nuovo Testamento non la usa mai. Negli Atti le guarigioni e le liberazioni avvengono «nel nome di Gesù Cristo» (At 3:6; 16:18), mai con un «lego» o «sciolgo».
Lettura sbagliata: la minaccia di perdere la salvezza
L’uso opposto è più grave. Il versetto diventa uno strumento di controllo: «Se la chiesa ti lega, sei legato anche in cielo», cioè perduto. Oppure: «Se lasci questa comunità, perdi la salvezza». Anche qui il contesto dice altro.
- «Come il pagano e il pubblicano» descrive un rapporto, non un verdetto eterno. In Matteo pagani e pubblicani sono i destinatari della missione. Gesù mangia con i pubblicani (9:10-11) ed è chiamato loro amico (11:19). Matteo stesso era un pubblicano (9:9). E il vangelo si chiude con l’invio a «tutti i popoli» (ἔθνη, ethnē, 28:19), la stessa radice di ἐθνικός (ethnikos, «pagano») al v. 17. Trattare qualcuno come un pagano significa tornare a evangelizzarlo, non consegnarlo alla perdizione.
- Lo scopo resta il recupero. La procedura nasce per «guadagnare» il fratello (v. 15), subito dopo che il Padre non vuole perdere «neppure uno» (v. 14).
- La disciplina tocca la comunione, non il dono. La vita eterna è data a chi crede (Gv 5:24; 10:28) e non dipende da un voto assembleare. Paolo lo conferma nel caso più duro di disciplina del Nuovo Testamento: l’uomo di Corinto viene «consegnato a Satana», ma «affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù» (1 Cor 5:5). L’esclusione dalla comunione presuppone che la salvezza resti.
- Una decisione ingiusta non vincola il cielo. Il testo presuppone una procedura fatta secondo verità, con testimoni e con la chiesa che ascolta. Un leader che minaccia chi se ne va non sta applicando Matteo 18, lo sta usando come arma.
L’accordo dei due (v. 19)
I «due» del v. 19 sono persone già in scena nel caso, e la «cosa» su cui si accordano è il caso stesso.
Il verbo. Συμφωνήσωσιν (symphōnēsōsin, «si accordano», da cui il nostro «sinfonia») indica un’intesa raggiunta, non un semplice pregare insieme.
L’oggetto. «Una cosa qualsiasi» traduce περὶ παντὸς πράγματος (peri pantos pragmatos, «riguardo a qualunque questione»). La parola πρᾶγμα (pragma) ha spesso un senso giudiziario: «causa, lite». Paolo la usa così in 1 Corinzi 6:1: «Quando qualcuno di voi ha una lite (pragma) con un altro, osa egli chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti?».
Lo sfondo giudaico. Secondo la Mishnà, le cause patrimoniali erano giudicate da un collegio di tre: ciascuna parte sceglieva un giudice, e i due sceglievano insieme il terzo (Sanhedrin 1:1; 3:1). Su questa base J. Duncan M. Derrett ha letto i «due o tre» come arbitri convocati per risolvere la lite («”Where two or three are convened in my name”: a sad misunderstanding», Expository Times 91 [1979-80], 83-86). D. A. Carson preferisce vedere nei «due» l’offeso e l’offensore che arrivano a riconciliarsi, con il testimone come terzo («Matthew», Expositor’s Bible Commentary 8, 403-4). Le due letture divergono sui dettagli, ma concordano sul punto: il v. 19 parla di un accordo sul caso, non di una preghiera generica. Il Padre sostiene la decisione presa, o la riconciliazione raggiunta, da chi agisce secondo la procedura.
Lettura sbagliata: la «legge dell’accordo»
È la lettura più diffusa: se due credenti si accordano nel chiedere qualunque cosa (una guarigione, un lavoro, una casa), Dio è tenuto a concederla. Il problema non è la preghiera comune, che è buona e biblica (At 1:14; 4:24). Il problema è fare di questo versetto una garanzia.
- Stacca «qualsiasi cosa» da «causa». Il «qualsiasi» riguarda qualunque caso tra fratelli, non qualunque desiderio.
- Contraddice il resto della Scrittura sulla preghiera. Giovanni pone la condizione «secondo la sua volontà» (1 Gv 5:14). Paolo pregò tre volte per la spina nella carne e ricevette un no (2 Cor 12:8-9). Nessuno dei due conosce una tecnica che obblighi Dio.
- Trasforma una promessa in un meccanismo. Gesù promette il sostegno del Padre a chi cerca la riconciliazione del fratello. La «legge dell’accordo» ne fa uno strumento per ottenere cose.
Dove due o tre (v. 20)
Il v. 20 spiega perché la decisione della comunità ha valore: Cristo stesso è presente in mezzo a chi giudica nel suo nome. Non è una formula per il culto.
«Nel mio nome». Il greco è συνηγμένοι εἰς τὸ ἐμὸν ὄνομα (synēgmenoi eis to emon onoma, «riuniti nel mio nome»). Non indica semplicemente un gruppo di credenti. Indica persone convocate sotto l’autorità di Gesù, come i testimoni sono convocati sotto l’autorità della Legge al v. 16.
Un parallelo rabbinico. La Mishnà riporta un detto di Rabbi Hananiah ben Teradion: se due siedono insieme e tra loro ci sono parole di Torah, la Shekhinah (la presenza di Dio) dimora tra loro (Pirqe Avot 3:2). Il rabbino è del II secolo, quindi il detto non è la fonte di Gesù. Mostra però un modo di pensare condiviso. Il confronto è eloquente: dove il rabbino mette la Torah, Gesù mette il proprio nome; dove il rabbino mette la presenza di Dio, Gesù dice «io sono». È una delle affermazioni cristologiche più alte del vangelo, e arriva nel mezzo di una norma di disciplina.
La cornice di Matteo. Il vangelo si apre con l’Emmanuele, «Dio con noi» (1:23), e si chiude con «io sono con voi tutti i giorni» (28:20). La presenza di Cristo con i suoi è un tema di tutto il libro, non un privilegio legato a un numero minimo.
Lettura sbagliata: «il Signore è presente, quindi tutto ciò che accade viene da lui»
In questa lettura il versetto diventa una copertura: siamo più di due, quindi il Signore è in mezzo a noi, quindi ciò che accade nel culto (manifestazioni, profezie, gesti) è opera sua e non va messo in discussione.
- Il versetto non parla del culto. Parla di un giudizio su un fratello che pecca.
- La presenza non è un’approvazione automatica. I Corinzi si radunavano come chiesa, eppure Paolo scrive: «vi radunate non per il meglio, ma per il peggio» (1 Cor 11:17). Sulle profezie nel culto ordina: «gli altri giudichino» (1 Cor 14:29), e ai Tessalonicesi: «esaminate ogni cosa e ritenete il bene» (1 Ts 5:21).
- Rovescia il senso del testo. In Matteo 18 la presenza di Cristo è la ragione per correggere il peccato. Usarla per sottrarre una prassi a ogni correzione significa far dire al versetto il contrario di ciò che dice.
Lettura sbagliata: «servono almeno due o tre persone»
L’errore inverso tratta «due o tre» come un numero minimo: sotto quella soglia il Signore non sarebbe presente, o non ci sarebbe una vera riunione.
- «Due o tre» è il numero dei testimoni. È il minimo legale di Deuteronomio 19:15, non una soglia per la presenza di Dio.
- La presenza è promessa anche al singolo credente. Gesù dice che il Padre e il Figlio prenderanno dimora in chi lo ama (Gv 14:23). Paolo prega che Cristo abiti nei cuori per mezzo della fede (Ef 3:17).
- Nemmeno il parallelo rabbinico pone un minimo. Lo stesso passo di Avot 3:2 aggiunge che anche chi studia la Torah da solo riceve la sua ricompensa.
Per onestà: che il Signore sia presente quando la chiesa si riunisce è vero ed è insegnato altrove (per esempio 1 Cor 14:25). Anzi, quando Paolo applica la disciplina a Corinto, usa lo stesso schema di Matteo 18: la chiesa si riunisce «nel nome del Signore Gesù» e agisce «con l’autorità del Signore» (1 Cor 5:4). L’errore non sta nell’affermarlo, ma nel fondarlo su questo versetto e nel ricavarne conseguenze che il testo non autorizza.
Il perdono che segue (vv. 21-35)
Pietro capisce bene il nesso: se la comunità può «legare» chi non si pente, esiste un limite al suo perdono personale?
«Allora Pietro si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù a lui: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18:21-22).
«Settanta volte sette» traduce ἑβδομηκοντάκις ἑπτά (hebdomēkontakis hepta), la stessa espressione che la Settanta usa per la vendetta di Lamec in Genesi 4:24. La vendetta senza misura di Lamec diventa perdono senza misura. Segue la parabola del servo che, condonato di un debito enorme, fa imprigionare il compagno per una somma minima. La conclusione è netta: «Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ciascuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello» (v. 35).
La risposta di Gesù non annulla la procedura dei vv. 15-20. Distingue due piani.
| Piano personale | Piano comunitario | |
|---|---|---|
| Testo | vv. 21-35 | vv. 15-20 |
| Chi agisce | Il fratello offeso | La chiesa, con i testimoni |
| Che cosa fa | Rinuncia al debito e al risentimento | Dichiara se il fratello resta in comunione |
| Limite | Nessuno: «settanta volte sette» | Il pentimento del fratello |
| Scopo | Un cuore libero dal rancore | Il recupero del fratello |
I due piani si custodiscono a vicenda. Il perdono personale non abolisce la disciplina: si può perdonare di cuore e allo stesso tempo portare il caso davanti ai testimoni, perché lo scopo è il bene del fratello. La disciplina, però, non autorizza il rancore: chi siede tra i «due o tre» deve aver già perdonato. Altrimenti il v. 18 diventa lo strumento del servo spietato.
Anche il v. 34 (il servo consegnato «agli aguzzini») viene spesso letto come perdita della salvezza, e molti commentatori vi vedono il giudizio finale. Il v. 35, però, parla di un Padre e dei suoi figli («il Padre mio celeste», «ciascuno di voi», «al proprio fratello»). Letta così, la parabola avverte sulla disciplina severa di Dio verso i figli che non perdonano, non sulla revoca della vita eterna, che è data per grazia a chi crede e non in base alla misura del suo perdono.
Conclusione
Matteo 18:18-20 non è fuori posto: è il punto in cui la procedura per il fratello che pecca riceve la sua autorità. Il cielo sostiene la decisione (v. 18), il Padre sostiene l’accordo sul caso (v. 19), Cristo è presente in mezzo a chi giudica nel suo nome (v. 20). Subito dopo, Gesù impedisce che quell’autorità diventi un’arma, chiedendo un perdono senza limiti (vv. 21-35).
| Versetto | Lettura sbagliata | Che cosa dice il testo |
|---|---|---|
| v. 18 | Il credente ha il potere di legare demoni e malattie | La chiesa dichiara lo stato di comunione di un fratello che pecca |
| v. 18 | Chi viene «legato» o lascia la chiesa perde la salvezza | La disciplina riguarda la comunione e mira al recupero (v. 15; 1 Cor 5:5) |
| v. 19 | Se due si accordano, Dio deve concedere qualunque cosa | Il Padre sostiene l’accordo raggiunto su una causa tra fratelli |
| v. 20 | Il Signore è presente, quindi tutto ciò che accade nel culto è suo | Cristo è presente per dare autorità alla correzione, non per sottrarre qualcosa alla correzione |
| v. 20 | Servono almeno due o tre persone per la presenza del Signore | «Due o tre» è il numero dei testimoni (Dt 19:15), non una soglia |
Tre applicazioni pratiche per una comunità:
- Prima di citare il versetto, citare il v. 15. Chi apre con «se tuo fratello ha peccato contro di te» difficilmente userà il resto come formula.
- La disciplina si misura dallo scopo. Se l’obiettivo non è «guadagnare il fratello», non è la procedura di Matteo 18.
- Chi giudica deve aver perdonato. L’ordine dei vv. 15-35 vale anche per l’ordine del cuore.
Note e fonti
Fonti primarie
- Testo biblico italiano: Nuova Riveduta 2006. Testo greco: SBLGNT / NA28.
- Giuseppe Flavio, Guerra giudaica 1.111 (trad. Whiston; nella trad. Thackeray, Loeb, il passo cade tra 1.111 e 1.112).
- Mishnà, Pirqe Avot 3:2; Sanhedrin 1:1 e 3:1.
Studi
- J. R. Mantey, «The Mistranslation of the Perfect Tense in John 20:23, Mt 16:19, and Mt 18:18», Journal of Biblical Literature 58 (1939), 243-49.
- H. J. Cadbury, «The Meaning of John 20:23, Matthew 16:19, and Matthew 18:18», Journal of Biblical Literature 58 (1939), 251-54 (PDF).
- J. D. M. Derrett, «”Where two or three are convened in my name”: a sad misunderstanding», Expository Times 91 (1979-80), 83-86.
- D. A. Carson, «Matthew», in The Expositor’s Bible Commentary, vol. 8, Grand Rapids, Zondervan, 1984, 403-4.
