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Apologetica

Onesti senza Dio? Su una frase di Margherita Hack

«Io vivo benissimo senza credere in Dio. Non ho bisogno di Dio per comportarmi onestamente.» La frase di Margherita Hack torna periodicamente nei feed, quasi sempre presentata come una sentenza definitiva. Chi la condivide sembra convinto che chiuda la questione.

Non la chiude, ma merita una risposta seria. Hack non era una polemista da social: astrofisica, prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, per decenni voce autorevole della divulgazione scientifica (il Post). Era anche presidente onoraria dell’UAAR, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Linkiesta).

Nella forma più completa che circola, la citazione prosegue. Hack dice di non aver bisogno di Dio nemmeno davanti alla morte, perché non spera in un aldilà: di lei resteranno il ricordo in chi le ha voluto bene e, testualmente, «le mie molecole» (DiLei). Le raccolte di citazioni la attribuiscono a un dialogo pubblico su fede e scienza con il vescovo di Verona Giuseppe Zenti.

In quella frase ci sono tre affermazioni diverse. La prima è vera: si può essere onesti senza credere in Dio. La seconda è implicita e non regge: l’onestà come dovere ha senso anche se di noi restano solo molecole. La terza è un equivoco, e in Italia è il più diffuso di tutti: il cristianesimo esisterebbe per farci comportare bene.

Su questo la Bibbia è d’accordo

Che Hack fosse una persona onesta non ho motivo di dubitarlo. Su questo punto il cristiano non ha nulla da difendere, perché Paolo lo dice prima di lei: «quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, […] essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza» (Romani 2:14-15).

Il greco è preciso. Questi gentili mostrano «l’opera della legge» (τὸ ἔργον τοῦ νόμου) scritta nel cuore, e la coscienza (συνείδησις) testimonia insieme a essa, mentre i loro pensieri ora li accusano, ora li difendono. Non hanno ricevuto la Torah, eppure ne conoscono le esigenze morali e a volte le mettono in pratica.

Una lettura alternativa merita attenzione. Alcuni interpreti, tra cui C. E. B. Cranfield e N. T. Wright, vedono in questi gentili dei cristiani: la legge scritta nel cuore richiamerebbe la nuova alleanza di Geremia 31:33, e Romani 2:26-29 parla di incirconcisi che osservano la legge. Ne seguirebbe che Paolo non sta parlando dei pagani in generale, e il versetto non direbbe nulla su un’atea come Hack.

La lettura non convince, per tre ragioni. Paolo non scrive che la legge è scritta nei loro cuori, come Geremia (νόμους nella LXX, 38:33), ma che lo è «l’opera della legge»: una formulazione diversa, e più modesta. Il «quando» (ὅταν) indica un’obbedienza occasionale. Soprattutto, l’intera sezione da 1:18 a 3:20 mira a mostrare che tutti, giudei e gentili, sono colpevoli davanti a Dio: introdurre qui dei credenti spezzerebbe l’argomento proprio dove converge verso 3:9-20.

Un ateo onesto, quindi, per il cristianesimo non è un’anomalia. È ciò che Paolo si aspetta. Ma va notato a che cosa serve, nel suo argomento, quella coscienza: non a dimostrare che l’uomo può fare a meno di Dio, ma che nessuno può dire di non sapere.

La domanda vera

La questione, dunque, non è se si possa essere onesti senza credere in Dio. È che cosa renda l’onestà un dovere e non una semplice preferenza. Sono due domande diverse: la prima riguarda come conosciamo e pratichiamo il bene, la seconda che cosa lo fonda. Hack risponde alla prima; chi condivide la sua frase crede che abbia risposto alla seconda.

Ed è proprio la seconda metà della citazione a creare il problema. Nel dialogo con Zenti, Hack sosteneva che la materia si sviluppa da sé (Linkiesta); di lei, alla fine, resteranno le molecole. Ma le molecole non hanno obblighi. Si combinano, reagiscono, si disperdono: nessuna di esse deve qualcosa a un’altra.

Dall’essere non si ricava il dover essere. Lo aveva già notato David Hume, osservando come i moralisti passino senza preavviso da proposizioni con «è» a proposizioni con «deve», senza spiegare il passaggio (Trattato sulla natura umana, III.1.1). Una descrizione completa di come stanno le cose, anche la più esatta che la fisica possa dare, non contiene un solo dovere.

Le risposte non teistiche esistono, e vanno prese sul serio. La prima è evolutiva: il senso morale si sarebbe affermato perché favorisce la cooperazione, e i gruppi cooperativi sopravvivono. Come racconto delle origini è plausibile, ma spiega perché ci sentiamo obbligati, non perché lo siamo. Sharon Street, filosofa tutt’altro che teista, ha mostrato che se le nostre convinzioni morali sono state plasmate dalla selezione, non c’è motivo di pensare che seguano la verità invece dell’utilità biologica (A Darwinian Dilemma for Realist Theories of Value, 2006).

La seconda risposta è il realismo morale senza Dio. Erik Wielenberg sostiene che le verità morali fondamentali esistono necessariamente e non hanno bisogno di fondamento (Robust Ethics, 2014). La posizione ha due costi. Abbandona il materialismo: oltre alle molecole, esistono fatti morali non fisici, e questo non era il mondo di Hack. E lascia senza spiegazione proprio ciò che rende l’onestà vincolante, perché un dovere è sempre un dovere verso qualcuno, mentre un fatto astratto, per quanto necessario, non è nessuno.

Onestà in prestito

Hack usava la parola «onestamente» con tutto il suo peso morale: non come un gusto personale, ma come qualcosa che si deve agli altri. La sua visione del mondo, però, quel peso non poteva sostenerlo. Lo prendeva in prestito, per usare l’immagine cara a Cornelius Van Til: chi nega Dio vive di un capitale che appartiene a un altro.

Non è un’accusa di malafede. Paolo spiega il fenomeno un capitolo prima di Romani 2. Gli uomini «pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio» (Romani 1:21): la conoscenza c’è, ed è soffocata (1:18), non assente. La coscienza che continua a testimoniare è il residuo di quella conoscenza, e l’onestà di un’atea ne è la prova più eloquente.

A questo punto arriva, puntuale, l’obiezione di Eutifrone. Il bene è bene perché Dio lo comanda, e allora è arbitrario? Oppure Dio lo comanda perché è bene, e allora il bene non dipende da lui? Il dilemma è falso, perché esiste una terza possibilità: il bene non è né un decreto arbitrario né una norma esterna a Dio, ma il suo stesso carattere.

L’onestà ne è l’esempio più chiaro. La Scrittura non dice soltanto che Dio vieta la menzogna, ma che egli «non può mentire» (Tito 1:2; cfr. Ebrei 6:18). L’uomo, creato a sua immagine (Genesi 1:27), è tenuto alla verità perché porta l’immagine di chi è la verità. E qui si risolve anche il limite del realismo di Wielenberg: il fondamento ultimo è una persona, e perciò l’obbligo ha qualcuno verso cui essere un obbligo.

L’equivoco più profondo

Resta il terzo elemento, il più importante. La frase di Hack dà per scontato che il cristianesimo serva a farci comportare bene, e che chi si comporta bene da solo possa quindi farne a meno. In Italia l’equivoco è quasi un riflesso: «sono una brava persona, non ammazzo e non rubo» è la professione di fede più diffusa del Paese. Hack la rovesciava contro la Chiesa, ma la condivideva.

Il Vangelo non dice che abbiamo bisogno di Dio per essere onesti. Dice che la nostra onestà, per quanto reale, non ci rende giusti davanti a lui: «mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato» (Romani 3:20). Paolo va oltre, e la sua formulazione è volutamente scandalosa: la fede è messa in conto come giustizia «a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio» (Romani 4:5).

L’oggetto della giustificazione è l’empio (τὸν ἀσεβῆ), non l’onesto. Dio non cerca persone abbastanza perbene da meritare la sua approvazione; dichiara giusto chi crede, a prescindere dal suo curriculum morale. «È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede […]; non è in virtù di opere» (Efesini 2:8-9), perché la vita eterna è un dono (Romani 6:23), e un dono si riceve, non si guadagna.

Gesù raccontò una parabola proprio per chi si fidava della propria rettitudine (Luca 18:9-14). Il fariseo era con ogni probabilità un uomo onesto, e lo diceva: non era ladro né ingiusto. Tornò a casa senza essere giustificato. Ci tornò giustificato il pubblicano, che non aveva nulla da esibire se non il bisogno di misericordia.

L’onestà, in altre parole, non è il problema. Il problema è appoggiarsi a essa. E su questo il moralista religioso e l’ateo onesto finiscono, sorprendentemente, dalla stessa parte.

Non basta

Hack diceva di vivere benissimo senza Dio, e non c’è ragione di non crederle. Ma la domanda non è mai stata se si possa vivere bene senza Dio; è se Dio ci sia, e che cosa abbia detto. Davanti alla morte, Hack si accontentava del ricordo e delle molecole. Il Vangelo offre ciò che lei dichiarava di non sperare: la vita eterna, come dono, a chi crede che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio.1

Su un punto, quindi, Hack aveva ragione: non serve Dio per comportarsi onestamente.

Serve Dio perché comportarsi onestamente non basta.

Fonti

Le citazioni bibliche sono tratte dalla Nuova Riveduta (2006).

  1. E non semplicemente “nell’esistenza di Dio”, come molti atei interpretano il concetto di “credere”. ↩︎

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