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Pensieri e Riflessioni

I frutti marci del legalismo

C’è una libertà profonda che accompagna la maturità spirituale: la capacità di guardare oltre, al di là delle differenze teologiche secondarie e delle preferenze stilistiche, e riconoscere un fratello o una sorella in Cristo. Per il credente maturo, il Regno di Dio è immensamente più grande di qualsiasi singola denominazione. L’obiettivo non è mai trovare una congregazione perfetta — perché non esiste — ma collaborare, adorare e servire insieme ad altri credenti, ogni volta che sia possibile.

Dio ci ha benedetto con questa possibilità diverse volte nella nostra vita.

Ma cosa succede quando si entra in una comunità con il cuore aperto, pronti a sorvolare sulle differenze per amore dell’unità, solo per scoprire che la struttura sovrastante invece è stata progettata per respingere proprio quell’unità?

Fede di serie A e fede di serie B

Quando una struttura ecclesiale opera con una mentalità separatista, produce inevitabilmente una fede a due livelli. Ci sono i veri fratelli, quelli che aderiscono rigorosamente alle tradizioni specifiche del gruppo e alle dottrine secondarie, e poi ci sono i fratellastri — credenti che amano chiaramente Gesù ma che non rientrano nei rigidi confini autoimposti dalla denominazione. Vivere all’interno di un ambiente simile, e alla fine lasciarlo, costringe a una rivalutazione dolorosa ma necessaria di cosa significhi realmente una fede sana.

Dall’esterno, le organizzazioni fondamentaliste altamente regolamentate appaiono spesso straordinariamente efficaci. Eppure, quando si risale alla radice di quel successo, emerge una realtà che fa riflettere: anche il frutto più rigoglioso può essere marcio all’interno se è cresciuto nel terreno del legalismo.

Prima di proseguire, tuttavia, è necessario definire il legalismo con precisione. Il termine è abusato e spesso applicato in modo scorretto.

Che cos’è il legalismo?

Non esiste una parola ebraica nell’Antico Testamento né una parola greca nel Nuovo Testamento per “legalismo”; perciò, ogni volta che qualcuno usa il termine, è necessario capire cosa intenda e poi verificare se il suo significato corrisponda effettivamente a un concetto biblico.

Il legalismo, nella sua essenza, predilige l’osservanza delle regole alla fede — sia prima che dopo la salvezza. Tuttavia la vita cristiana inizia per fede e continua per fede. Il cammino che piace a Dio non è un’adesione disciplinata a regole esteriori — è una dipendenza costante da Cristo mediante lo Spirito. Senza la fede è impossibile piacere a Dio (Eb 11:6), e nessuna conformità comportamentale, per quanto sincera, può sostituirla.

Il termine “legalista” è stato spesso applicato limitatamente a chi segue direttive bibliche che riguardano la santità, l’ubbidienza e una vita devota. Nessuno diventa legalista camminando per fede. L’errore consiste nel trattare le tradizioni umane come prerequisiti per essere accettati da Dio — o, più sottilmente, nel pensare che basta osservare delle regole per migliorare la propria posizione davanti a Dio e avanzare la propria “carriera” all’interno della Chiesa.

Mark Jones offre qui una distinzione utile. Distingue il legalismo che danneggia l’anima dal legalismo che condanna l’anima — il primo compromette il cammino del credente senza necessariamente mettere in pericolo il suo destino eterno; il secondo distrugge la fede salvifica sostituendola con le opere. Jones identifica anche un tipo di “legalismo ben intenzionato”, in cui i credenti finiscono per perseguire la giustizia con le proprie forze, non perché siano malvagi, ma perché non hanno pienamente assaporato la grazia di Dio. Con tutta onestà possiamo dire che la maggior parte dei leader legalisti non è animata da cattive intenzioni. Sono persone sincere, intrappolate in un sistema che ha sostituito la conformità alla fedeltà — e la transizione dall’una all’altra è spesso invisibile a chi la compie.

Adesso passiamo ad esaminare i frutti del legalismo con maggiore precisione.

La grazia rimpiazzata

Le chiese altamente strutturate vantano spesso tratti indiscutibilmente positivi — primo fra tutti un impegno sociale e umanitario robusto. L’opera sociale, la carità e il volontariato sono espressioni bellissime del Vangelo. Tuttavia, una fede matura ci obbliga a chiederci non soltanto cosa si stia facendo, ma perché.

In un contesto legalistico, queste azioni sono raramente il frutto di un traboccamento gioioso e spontaneo della grazia. Sono alimentate dalla convinzione profonda, anche se inespressa, che un vero cristiano debba continuamente compiere queste opere per confermare la propria posizione — davanti a Dio e davanti alla congregazione. Paolo smantella questa logica in modo esplicito: siamo salvati per grazia mediante la fede, non per opere, affinché nessuno si vanti (Ef 2:8–9). Le opere buone sono state preparate da Dio per coloro la cui salvezza è già stata assicurata (Ef 2:10); non sono l’affitto che paghiamo per mantenerla o il mezzo attraverso cui dimostriamo di averla.

Questo è precisamente l’errore che Paolo affronta in Galati.

Dopo la partenza di Paolo, le chiese della Galazia furono sviate dal suo insegnamento, che era incentrato sulla fede, da alcuni individui che proponevano un “altro vangelo” centrato sull’osservanza della legge, e i Galati si mostrarono ricettivi al loro messaggio.

La maggioranza degli studiosi moderni considera gli avversari di Paolo come ebrei cristiani che insegnavano che, per appartenere al Popolo di Dio, i convertiti dovevano sottoporsi ad alcune o a tutte le prescrizioni della Legge ebraica — i cosiddetti Giudaizzanti.

La questione di superficie era il problema della circoncisione. La questione di fondo era il Vangelo stesso. L’argomentazione di Paolo non riguardava un singolo rito, ma l’intero principio: se la giustizia viene dalla legge, allora Cristo è morto invano (Gal 2:21). Quando la prestazione sostituisce la grazia — nella Galazia del primo secolo come in una chiesa fondamentalista del ventunesimo — i credenti vengono messi su un tapis roulant spirituale, mossi meno dall’amore di Cristo e più dal terrore di essere considerati tiepidi (un altro termine ampiamente frainteso nel gergo evangelico, ma questo è argomento per un’altra occasione).

Tra i cristiani esiste una forma di legalismo che insegna che, sebbene siamo salvati mediante la fede in Cristo, la santificazione è una questione di sottomissione a determinate regole o standard.

Il progresso cristiano viene allora misurato in base all’osservanza o meno delle regole prescritte, poste in essere da gerarchie ecclesiastiche superiori al “piccolo” credente, ma queste regole non sono un sostituto del frutto dello Spirito. Ancora una volta, le regole vengono strumentalizzate.

Ombra e realtà

Per comprendere perché il legalismo non sia semplicemente poco utile, ma strutturalmente opposto al Vangelo, è necessario capire il discorso di Paolo sull’ombra e sulla realtà. In Colossesi 2:16–17, Paolo scrive: Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a giorni di festa, a noviluni, a sabati; queste cose sono ombra di quelle che dovevano venire; ma il corpo è di Cristo.

Nel versetto 16 Paolo menziona quattro elementi del giudaismo con i quali i falsi maestri criticavano e sminuivano la chiesa.

Le cerimonie della legge hanno adempiuto il loro scopo di “ombre”; una volta compiuto, Dio ha istituito qualcosa di migliore — la “realtà” di Cristo.

Le prescrizioni dell’Antico Testamento non erano malvagie; erano pedagogiche. Indicavano Cristo in anticipo. Ma insistere su di esse dopo che la realtà è giunta equivale a preferire l’ombra alla persona che la proietta.

Paolo approfondisce il concetto in Colossesi 2:20–23, mettendo in guardia contro la sottomissione a prescrizioni come “Non prendere! Non assaggiare! Non toccare!”

Questo è forse il più grande atto d’accusa contro il legalismo nella Bibbia.

Il legalismo non frena la carne; la nutre in modo sottile e potente: “l’ascetismo più rigoroso può coesistere con un orgoglio spirituale insopportabile, una delle più subdole e intrattabili ‘opere della carne.'”

Ecco il paradosso con cui le chiese legalistiche devono fare i conti: il sistema stesso progettato per produrre santità diventa un terreno fertile per l’orgoglio. Il confine che avrebbe dovuto proteggere la comunità diventa l’identità della comunità — e chiunque lo metta in discussione minaccia l’intero edificio.

Unità, non uniformità

Paolo affronta questa dinamica con particolare chiarezza in Romani 14.

La lezione fondamentale è che le relazioni armoniose nel corpo di Cristo sono di importanza cruciale per Dio; l’unità nella chiesa è più importante dell’accordo su questioni secondarie e opinabili. Le questioni disputabili non dovrebbero compromettere l’unità cristiana.

Paolo istruisce: “Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per discutere opinioni. L’uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro, che è debole, mangia solo verdure.”

La sua istruzione va in entrambe le direzioni: i cristiani “forti” guardavano dall’alto in basso quelli più deboli, e i credenti “deboli” condannavano i forti. La chiesa era intrappolata nell’orgoglio, nel legalismo e nello spirito censorio.

Ciò che distingue una chiesa legalistica da una chiesa semplicemente conservatrice è precisamente questo: la chiesa legalistica rifiuta di riconoscere la categoria delle questioni opinabili. Ogni preferenza è trattata come un comandamento. Ogni tradizione è elevata al rango di dottrina.

Le preferenze o convinzioni personali diventano una forma di legalismo quando un pastore o un individuo impone le proprie convinzioni personali come requisito per la salvezza, il servizio alla comunità e la crescita spirituale — di solito senza un chiaro fondamento biblico.

Tra gli esempi: leggere solo una particolare traduzione della Bibbia, rendere obbligatoria la partecipazione a tutte le riunioni settimanali, vietare i rapporti con altre denominazioni, o proibire la contraccezione.

L’elenco potrebbe estendersi all’infinito.

Il punto di Paolo non è che le convinzioni siano sbagliate: Paolo infatti onora esplicitamente la coscienza del fratello più debole. Il punto è che elevare le convinzioni umane ad autorità divina è un errore di categoria con conseguenze devastanti per la comunione fraterna.

Isolamento ed esclusione

Questa realtà basata sulla prestazione si insinua nel tessuto stesso della comunità. Le comunioni strette e affiatate che si trovano in questi gruppi possono sembrare, all’inizio, un’ancora di salvezza. Ma col tempo la condizionalità intensa di quella comunione diventa impossibile da ignorare. La vicinanza è mantenuta attraverso una rigida uniformità comportamentale. Vestiti nel modo giusto, usa il gergo accettato, osserva le regole culturali non scritte, e sarai accolto calorosamente. Metti in dubbio una tradizione, sfida la leadership, o semplicemente esci dai ranghi, e il calore svanisce senza cerimonie.

L’ostracismo, cioè isolare ed escludere volontariamente un membro di una comunità, è una pratica divisiva e dannosa. È un affronto sia all’unità che all’amore cristiano. Nel cuore di chi lo pratica, spesso rappresenta orgoglio, rancore e insicurezza; nel cuore di chi lo subisce, genera disperazione, senso di inutilità, rifiuto e sconforto.

Al di là di questi effetti, c’è un altro gruppo che l’ostracismo colpisce negativamente: gli spettatori che vivono nel terrore di subire la stessa sorte.

Questo è forse l’elemento più corrosivo — il silenzio complice di un’intera congregazione condizionata a temere lo stesso trattamento.

La ricerca classifica l’ostracismo religioso come una condanna a morte sociale che produce effetti dannosi a lungo termine sulla salute mentale. Il cervello registra l’esclusione come dolore fisico, un dolore che taglia più in profondità e dura più a lungo di una ferita corporea.

Le persone ostracizzate sperimentano spesso depressione, impotenza, disperazione, bassa autostima, ideazione suicidaria e comportamenti autolesionistici.

Ciò che si presenta come una famiglia è, nella pratica, una comunità tenuta insieme dalla conformità piuttosto che dalla grazia genuina. La visione della comunione, nel Nuovo Testamento, è radicalmente diversa. L’istruzione di Paolo in 2 Tessalonicesi 3:15 è significativa: anche quando un fratello è sottoposto a disciplina, non deve essere considerato un nemico, ma ammonito come fratello. L’obiettivo è sempre il ripristino, mai l’annientamento.

Maneggiare le Scritture in modo scorretto

Forse la caratteristica più ingannevole di questi ambienti è il modo in cui trattano la Bibbia. Una conoscenza profonda delle Scritture è una disciplina potente e necessaria per il credente. Eppure, nei sistemi ossessionati da confini e limiti, la competenza biblica viene regolarmente strumentalizzata. Le Scritture non vengono insegnate primariamente come la grande narrazione della grazia redentrice di Dio per persone ferite e doloranti. Vengono ridotte ad essere un mezzo per la cambiare il proprio comportamento e conservare la tradizione.

Nessuno si propone di diventare un legalista, eppure moltissime persone timorose di Dio, amanti delle Scritture e desiderose di santità sembrano inevitabilmente finire con l’esserlo. Accadde ai farisei ai tempi di Gesù. Non si proposero di farlo, eppure si persero il cuore della legge; non si proposero di diventare guide cieche, eppure, secondo Gesù, è esattamente ciò che finirono per diventare.

In ultima analisi, il legalismo nasce dall’incapacità di riconoscere l’autorità interpretativa suprema di Gesù Cristo.

Quando la griglia interpretativa passa da cosa insegna Cristo? a cosa richiede la nostra tradizione?, la Bibbia cessa di funzionare come parola vivente e diventa lo statuto di un’azienda religiosa.

I “guai” di Matteo 23

Le parole più severe che Gesù ci ha lasciato non furono rivolte a esattori delle tasse o prostitute, ma alle autorità religiose. In Matteo 23, pronuncia sette “guai” contro gli scribi e i farisei.

Questi “guai” funzionano come un lamento profetico e una forma di giudizio giusto, rivelando cosa accade quando la religione esteriore maschera il decadimento interiore.

Tre di questi “guai” sono direttamente pertinenti al legalismo moderno:

1. I farisei chiudevano il regno dei cieli in faccia alla gente (Mt 23:13).

I capi religiosi impedivano alle persone di entrare nel regno dei cieli rendendo le tradizioni umane e le regole religiose umane più importanti della Parola di Dio.

Una chiesa che fa delle proprie peculiarità un prerequisito per la comunione fa esattamente la stessa cosa — restringe l’accesso al corpo di Cristo sulla base di criteri che Cristo non ha mai stabilito.

2. percorrevano mare e terra per fare un solo proselito, e poi facevano del nuovo convertito un figlio della Geenna, il doppio di loro (Mt 23:15).

Gesù condannò i leader perché insegnavano ai propri convertiti la stessa ipocrisia che essi stessi praticavano. Conducevano le persone in una religione di opere, non nella vera giustizia.

Un evangelismo zelante non è prova di salute teologica se i convertiti vengono discepolarizzati in un sistema basato sulla prestazione piuttosto che nella libertà del Vangelo.

3. filtravano il moscerino e ingoiavano il cammello (Mt 23:24) — ossessionati da dettagli minuti mentre trascuravano la giustizia, la misericordia e la fedeltà.

Esageravano cose piccole come la decima sulle spezie, mentre ignoravano questioni cruciali e “trascuravano le cose più importanti della legge.”

Il parallelo è inconfondibile: una chiesa che riesce a imporre codici d’abbigliamento, gergo specifico, o a stabilire quale festività sia lecita e quale no, mentre non riesce a prendersi cura dei membri feriti, ha invertito le priorità del Regno.

Matteo 23 è uno specchio puntato su chiunque sia tentato di elevare la prestazione sopra la fedeltà, la reputazione sopra la giustizia, e il controllo sopra la compassione.

Il costo nascosto

Questo ci porta alla tragedia più profonda e più nascosta della macchina legalistica: il danno spirituale e psicologico inflitto al singolo credente. Quando la purezza istituzionale e la tradizione vengono messe al di sopra del prendersi cura del gregge, si radica una cultura di finzione forzata. La regola non scritta ma onnipresente è che non è cristiano avere problemi. Dubbio, depressione, crisi coniugali, peccati ricorrenti — questi vengono trattati non come realtà umane che richiedono grazia e cura pastorale, ma come anomalie vergognose che segnalano una carenza di fede.

Molte chiese sono diventate luoghi in cui i credenti si sentono sotto pressione a presentarsi come “cristiani perfetti,” liberi da lotte e difetti. Questa cultura del perfezionismo alimenta un ambiente in cui le persone hanno paura di essere vulnerabili riguardo ai propri peccati o debolezze.

In clima del genere, l’ipocrisia non è un incidente: è un meccanismo di sopravvivenza. Giacomo comanda ai credenti di confessare i peccati gli uni agli altri e di pregare gli uni per gli altri affinché siano guariti (Gc 5:16). Ma in un ambiente legalistico, l’onestà è pericolosa. La confessione non porta alla guarigione; porta al giudizio, al pettegolezzo, alla perdita di reputazione, o alla disciplina formale. Di conseguenza, i membri imparano a nascondersi. Proiettano un’immagine di vittoria spirituale incrollabile mentre sanguinano in silenzio.

La dichiarazione audace di Paolo — mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me (2 Cor 12:9) — è interamente incompatibile con una cultura che pretende l’illusione della perfezione.

Il cristianesimo basato sulla prestazione manca completamente il senso del Vangelo: che mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Fino a quando questo non sarà colto a livello del cuore, chiese, leader e individui continueranno a imporre il legalismo ai propri seguaci nel tentativo di conformarli alla propria visione di perfezione. E quando quella visione verrà intaccata, ripudieranno, screditeranno e derideranno rapidamente le persone che hanno rovinato la loro falsa realtà.

Da pastori ad amministratori abusivi

In questo ambiente, i bisogni spirituali della congregazione sono cronicamente trascurati perché i leader sono consumati dal sistema. La reputazione dell’istituzione, la sua purezza amministrativa, la sua aderenza agli standard denominazionali — tutto questo esige di essere alimentato. Il pastore passa dall’essere un pastore che cura pecore ferite a un amministratore che gestisce un’azienda religiosa.

L’obiettivo dei leader cristiani non è più il bene delle anime e la gloria di Dio, ma la promozione, la protezione e l’arricchimento di una persona o di un’istituzione. L’esistenza, la reputazione e la ricchezza del leader, della chiesa o dell’organizzazione diventano la preoccupazione predominante.

Gesù condannò i legalisti del suo tempo precisamente per questa inversione di priorità: Legano fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente, ma loro non li vogliono spostare neppure con un dito (Mt 23:4).

Per contrasto, Gesù disse: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo per le vostre anime. Poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.”

Il contrasto è assoluto. I farisei appesantivano le persone; Gesù offriva di portare il loro peso. Una struttura ecclesiale che replica i primi mentre pretende di imitare il secondo ha perso la strada.

Le chiese che praticano questo tipo di abuso spirituale hanno uno stile di leadership orientato al controllo. Il leader può essere arrogante e dogmatico, spesso presentato come più in sintonia spirituale con Dio. Questi leader sono frequentemente privi di qualsiasi forma di umiltà e senso di responsabilità verso altri. Sebbene la maggior parte di questi leader non sia animato, da intenzioni maligne a livello conscio, essi usano il senso di colpa, la paura e l’intimidazione per manipolare i membri.

Il leader di una simile chiesa spesso ricorre alla manipolazione per ottenere la sottomissione totale dei membri, impiegando tattiche come il senso di colpa, la pressione e l’intimidazione — e può persino suggerire che il giudizio divino ricadrà su chi osa metterlo in discussione.
La gravità di questo errore si acuisce quando ricordiamo di chi è la chiesa. Paolo ricordò agli anziani di Efeso di pascere la chiesa di Dio, che Egli ha acquistata con il proprio sangue (Atti 20:28). I leader che impongono le proprie condizioni affinché gli altri siano accettati non stanno proteggendo il gregge — stanno rivendicando autorità su un popolo che non hanno comprato e su una casa che non possiedono.

Né legalismo né licenza

Un trattamento responsabile del legalismo deve riconoscere il pericolo sul versante opposto. Ma l’opposto del legalismo non è ciò che molti suppongono. Non è licenza a peccare. É piuttosto il rimedio per entrambi gli errori: la fede.

Paolo stesso anticipa l’obiezione. In Galati 5:13 scrive: Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà. Soltanto non fate della libertà un’occasione per la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni gli altri. Non contrasta il rischio della licenza reintroducendo la legge. Lo contrasta reindirizzando il credente allo Spirito: Camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne (Gal 5:16).

Questa è la distinzione cruciale che chi pratica il legalismo non riesce a cogliere. La soluzione sia al legalismo che alla licenza non è un insieme di regole più attentamente calibrato. È una dipendenza più profonda dallo Spirito, che porta inevitabilmente ad un cammino di fede più profondo. L’autore di Ebrei enuncia il principio nella sua forma più netta: senza la fede è impossibile piacere a Dio (Eb 11:6). Non difficile — impossibile! Nessuna conformità comportamentale, per quanto rigorosa, può sostituire la fede come motore della vita cristiana.

L’argomentazione di Paolo in Galati 3:1–5 porta questo punto a una conclusione inequivocabile. Chiede ai Galati: Avendo cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne? La domanda è retorica. La risposta è chiaramente no. La vita cristiana inizia per fede e prosegue per fede. Ecco perché il frutto dello Spirito — amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo — non è prodotto da un insieme di regole più rigoroso. È prodotto da un cammino più profondo con Cristo, che è un cammino di fede nel Dio che fornisce lo Spirito (Gal 3:5). Contro tali cose, come osserva Paolo con sobria ironia, non c’è legge (Gal 5:23). La legge non può produrre ciò che solo lo Spirito può far crescere. E lo Spirito opera attraverso la fede, non attraverso la conformità.

Il legalista e il credente licenzioso condividono un fallimento comune: entrambi hanno smesso di camminare per fede. Il legalista vi sostituisce lo sforzo umano; il credente licenzioso vi sostituisce l’appetito umano. La risposta di Paolo ad entrambi è la stessa: tornare allo Spirito, tornare alla fede, tornare al Cristo che è l’oggetto di quella fede. Qualsiasi sistema che affronta la licenza aggiungendo più regole ha semplicemente scambiato una forma di carne con un’altra. E qualsiasi sistema che affronta il legalismo rimuovendo ogni aspettativa morale ha confuso la libertà con la licenza al peccato. Il sentiero stretto tra i due non è un filo di equilibrismo di osservanza regolamentata. È il cammino della fede — attivo, dipendente, diretto da Cristo e potenziato dallo Spirito.

Oltre i confini

Allontanarsi da questo tipo di ambiente non è ribellione, regressione spirituale o mancanza di impegno. È un atto di autoconservazione spirituale — una decisione consapevole e profondamente biblica di affermare che il Vangelo è migliore, più ampio e infinitamente più misericordioso dei confini soffocanti del legalismo. L’esortazione di Paolo resta valida: Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù (Gal 5:1).

C’è un significato derivato di legalismo che è forse ancora più comune: è lo spirito e la vita che scaturiscono dall’incapacità di essere resi umili, feriti, meravigliati e soddisfatti dalla grazia di Dio in Cristo.

Il rimedio per questo spirito non è un insieme di regole più leggero. È un incontro più profondo con la grazia che produce sia libertà che ubbidienza — non come forze in competizione, ma come espressioni della stessa realtà.

Non ce ne andiamo perché odiamo le persone che restano dentro. Ce ne andiamo perché amiamo il vero Vangelo tanto da non poter fingere che un sistema costruito sull’amore condizionato e sulla prestazione spirituale sia un riflesso fedele di Gesù Cristo.

Ai fratellastri che si ritrovano esausti: c’è una vita abbondante e aria respirabile oltre i confini del legalismo.

Ai sistemi che elevano la tradizione al di sopra della grazia trasformativa di Dio: La chiesa appartiene a Colui che ha versato il suo sangue per essa, e ogni requisito aggiunto al di là di ciò che Egli ha stabilito è un atto di presunzione contro la sua signoria. Cristo stesso ci aveva avvertiti: non si possono servire due padroni (Mt 6:24).

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