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Teologia

Dieci corna e un’obiezione

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato la traduzione italiana di A Solemn Caution Against the Ten Horns of Calvinism di Thomas Taylor, un opuscolo stampato per la prima volta a Leeds nel 1780 sotto lo pseudonimo di “Philalethes, da poco fuggito”.1 Dicevamo allora di non avere convinzioni né arminiane né calviniste, e lo dicevamo sul serio. Un lettore attento, di tradizione riformata, ci ha scritto per chiederci, in sostanza, perché ci fossimo presi la briga. Le sue obiezioni erano cortesi ed erano serie, e sono le stesse che avrà la maggior parte dei lettori riformati. Vale la pena rispondere pubblicamente.

Ridotte all’osso, sono quattro.

  1. L’opuscolo è un attacco aggressivo alla teologia riformata, come si vede fin dal titolo, e il suo valore è al massimo storico.
  2. Le “dieci corna” di Apocalisse 12–13 indicano la potenza distruttiva di Satana contro Cristo, non l’interpretazione biblica dei riformatori del Cinquecento.
  3. La tensione fra responsabilità umana e sovranità divina è un mistero che non ci è dato risolvere (Romani 11:33–34), e Taylor, nel tentativo di confutare quella che riteneva un’eresia, ha finito per minare il cuore stesso del messaggio cristiano, cioè la sovranità di Dio.
  4. Evangelism and the Sovereignty of God di J. I. Packer mostra come elezione ed evangelizzazione stiano insieme, e dovrebbe chiudere la questione.

Le prendiamo una per una.

Il tono

L’opuscolo è aggressivo per i nostri standard. Non lo era per quelli del suo tempo. La prima edizione ricevette nello stesso anno una replica firmata “Calvinisticus” e intitolata Calvinism Defended, and Arminianism Refuted.2 Così funzionava il genere. Il sermone Free Grace di Wesley (1739) aveva già chiamato l’elezione incondizionata “l’orribile decreto”, prendendo in prestito l’espressione di Calvino stesso,3 e Toplady aveva risposto a Wesley con An Old Fox Tarr’d and Feather’d (1775), “Una vecchia volpe impeciata e impiumata”. Da entrambe le parti si scriveva così perché si credeva che la posta in gioco fosse eterna, e su questo avevano ragione, anche dove sbagliavano sulle maniere. Taylor stesso (1738–1816) fu uno dei predicatori itineranti di Wesley e due volte presidente della Conferenza metodista: un uomo serio che scriveva in un secolo ruvido, non un esaltato.

Ma non è per il tono che l’abbiamo tradotto. È per il sottotitolo. Taylor scrive da uomo che è stato dentro il sistema e ne è uscito con le ossa rotte, e il suo resoconto di ciò che quel sistema fa alle persone è il motivo per cui l’opuscolo merita ancora di essere letto: l’ansia di sapere se si è tra gli eletti, l’impossibilità di dire a un peccatore, senza giri di parole, “Cristo è morto per te”, la durezza di cuore che s’insinua quando si deve difendere un Dio che decreta la riprovazione. Quel resoconto coincide, una volta dopo l’altra, con ciò che sentiamo raccontare da chi arriva da noi uscendo da chiese riformate. Non tutti i credenti riformati rientrano nel ritratto; alcuni dei cristiani più generosi che conosciamo sono riformati, e in quel ritratto non si riconosceranno. Ma il caso medio esiste, e siamo convinti che non sia una questione di temperamento ma una conseguenza della dottrina. Una teologia costretta a mettere delle riserve a “Dio ha tanto amato il mondo” non può, alla lunga, produrre persone che amano come ha amato Cristo.

Il titolo

Taylor non sostiene che il calvinismo sia l’adempimento di Apocalisse 13. Prende in prestito un’immagine nota di qualcosa di nocivo e con molte punte, e la usa come cornice per dieci tesi che giudica nocive. È un artificio retorico, come se un puritano intitolasse un libello contro l’ubriachezza “Le sette teste dell’intemperanza” senza per questo voler dire che l’osteria è la Bestia. Leggere le corna di Apocalisse 12–13 come la potenza di Satana contro Cristo è legittimo, fino a un certo punto: in 17:12 Giovanni le identifica con dieci re. Ma è anche fuori tema, perché Taylor non sta facendo esegesi dell’Apocalisse, punto e basta.

Sovranità e responsabilità

Qui il disaccordo è reale, e vale la pena spiegarne il perché anziché limitarsi a registrarlo.

La “tensione” esiste solo se prima si definisce la sovranità come predeterminazione minuziosa ed esaustiva di ogni evento e di ogni scelta. La Scrittura non la definisce mai così; essere sovrano vuol dire essere l’autorità ultima, non l’unico agente. La Scrittura mostra un Dio che annuncia i suoi propositi e li porta a compimento (Isaia 46:10–11), che manda a vuoto i disegni degli uomini (Salmo 33:10–11; Proverbi 19:21), che volge il male dei fratelli nella liberazione di Giuseppe senza esserne stato l’autore (Genesi 50:20). In nessuno di questi casi il suo governo richiede che ogni atto delle creature sia decretato, né che la volontà umana sia in catene. Dio agisce nella storia come un agente fra gli agenti, con la differenza che sa tutto e può tutto: nessuna scelta umana può far fallire il suo piano, e nessuna ha bisogno di essere scritta in anticipo perché il piano riesca. Questa è una concezione della sovranità molto più forte di quella riformata, non più debole. Il Dio dei riformati può essere sicuro dell’esito solo bloccando le variabili in ingresso. Il Dio della Bibbia è sicuro dell’esito, quante variabili ci siano non ha importanza.

E la Scrittura afferma chiaramente che l’uomo può e deve rispondere. Cristo piange su una Gerusalemme che “non ha voluto” (Matteo 23:37); a uomini che scrutavano le Scritture dice “non volete venire a me” (Giovanni 5:40); Stefano dice al sinedrio che “resistono sempre allo Spirito Santo” (Atti 7:51); Luca dice dei farisei che “hanno respinto il consiglio di Dio nei loro riguardi” (Luca 7:30). Questi testi non hanno senso se la volontà è schiava finché non viene rigenerata, e altrettanto poco senso hanno se all’opera dello Spirito non si può resistere. L’arminianesimo, per quel che vale, condivide buona parte dello stesso problema in forma attenuata: accetta la premessa di una volontà in catene e si limita a rendere la grazia abilitante universale e resistibile, quando i testi appena citati la schiavitù non la pongono mai in partenza.

È Gesù stesso a descrivere l’opera dello Spirito: convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (Giovanni 16:8–11). Il mondo, non gli eletti; e convinzione, non rigenerazione. Alla convinzione, per sua natura, ci si può arrendere o ci si può opporre, ed è esattamente ciò che fece l’uditorio di Stefano. In quel passo non c’è nessuna “chiamata efficace”, né altrove, per quanto abbiamo potuto cercare; c’è uno Spirito che preme con la verità su ogni ascoltatore, e ascoltatori che rispondono di ciò che ne fanno. Il comando di credere (Giovanni 3:16–18; Atti 16:31; 17:30) presuppone la capacità di obbedirvi. Dove nel testo non c’è tensione, bisogna chiedersi chi l’abbia introdotta.

Su Romani 11:33–34

È il passo citato più spesso per chiudere la discussione, e non fa quello che gli si chiede di fare. Paolo non sta alzando le mani davanti al problema di conciliare decreto divino e libertà umana. Ha appena passato tre capitoli a spiegare esattamente come Dio ha operato: Israele ha inciampato, i gentili sono entrati, e la gelosia provocata in Israele lo farà tornare, così che Dio “ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti” (11:32). La dossologia loda un piano che Paolo ha appena esposto con una certa cura, e il piano è quello di una misericordia che si allarga fino a includere tutti. Prendere un passo il cui intero argomento è “le vie di Dio sono più misericordiose e più inclusive di quanto pensavi”, e usarlo per fare scudo a una dottrina secondo cui le vie di Dio sono più esclusive di quanto appaiano, è rivoltarlo contro se stesso.

Sul cuore del messaggio

L’affermazione che Taylor mini il cuore stesso del messaggio cristiano, cioè la sovranità di Dio, è il punto su cui chiederemmo a un lettore riformato di fermarsi un momento. Quando Paolo definisce il vangelo che ha ricevuto e trasmesso, è che Cristo è morto per i nostri peccati, è stato sepolto ed è risuscitato (1 Corinzi 15:1–4). Quando Giovanni dice perché il Figlio è stato mandato, è perché Dio ha amato il mondo (Giovanni 3:16; 1 Giovanni 4:9–10). Quando Paolo dice a Timoteo che cosa vuole Dio, è che tutti gli uomini siano salvati (1 Timoteo 2:4); quando Giovanni indica la portata dell’espiazione, è il mondo intero (1 Giovanni 2:2). La sovranità, intesa correttamente, è un attributo vero di Dio. Non è il vangelo. Un messaggio il cui centro è il controllo di Dio anziché l’amore di Dio per ogni persona produrrà, inevitabilmente, una chiesa a immagine del suo centro.

Packer

Evangelism and the Sovereignty of God è scritto bene e, nella sostanza, non vale più del resto dell’apologetica riformata. La sua “antinomia” è un espediente: prima si afferma che Dio decreta ogni cosa, poi si nota che la Scrittura si rivolge ovunque agli uomini come liberi e responsabili, e infine si dichiara che la collisione è un mistero da venerare anziché una premessa da esaminare.4 Se si lascia cadere la prima affermazione, e la Scrittura non la fa, non resta nulla da conciliare. Ed è proprio questo il punto. La tensione fra sovranità e libero arbitrio è un problema che la teologia riformata si crea da sola. Nel testo non esiste.

Un libro in cambio

A chi volesse verificare da dove venga la premessa riformata, consigliamo The Foundation of Augustinian-Calvinism di Ken Wilson (2019).5 È la versione breve e divulgativa del suo dottorato a Oxford, pubblicato integralmente da Mohr Siebeck nel 2018.6 Wilson ha fatto una cosa che nessuno aveva fatto prima: ha letto l’intero corpus superstite di Agostino, opere, sermoni e lettere, in ordine cronologico, e ha ricostruito quando e perché la sua concezione della volontà è cambiata. La sua conclusione è che le dottrine che Calvino sistematizzerà più tardi — una volontà incapace di fede, la fede come dono infuso negli eletti, la predestinazione incondizionata dei singoli — non compaiono in nessuno scrittore cristiano prima di Agostino, e in Agostino stesso compaiono solo a partire dal 412, dopo decenni in cui aveva sostenuto il contrario contro i manichei. Secondo Wilson, le fonti del cambiamento furono stoiche, neoplatoniche e manichee, non esegetiche. Non tutti ne accettano la conclusione, ma le prove che mette sul tavolo sono i testi originali, e il libro fa 143 pagine.

Perché conta, pastoralmente

Niente di tutto questo è scritto per vincere una discussione. È scritto perché alla nostra porta arrivano persone che si portano addosso una domanda che nessun credente dovrebbe doversi portare: sono fra quelli che Dio ha scelto? Il Nuovo Testamento la domanda non la pone mai in questi termini. Chiede se uno ha creduto al messaggio che Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto, e promette la vita a chiunque lo abbia fatto (Giovanni 5:24; 6:47). Quella promessa non ha nessuna clausola nascosta. È tutto il senso del vangelo che di nascosto non ci sia niente.

Se venite da un contesto riformato e avete provato l’ansia che Taylor descrive, il rimedio non è un sistema diverso. È leggere le promesse come sono scritte, indirizzate a “chiunque”, e prendere Dio in parola.

  1. Thomas Taylor, A Solemn Caution Against the Ten Horns of Calvinism (Leeds, 1780; 4ª ed. corretta, Leeds: James Nichols, 1819). L’edizione del 1819 è disponibile su Project Gutenberg: https://www.gutenberg.org/ebooks/28172. ↩︎
  2. “Calvinisticus”, Calvinism Defended, and Arminianism Refuted: or, Remarks on a Pamphlet (Lately Publish’d) by Philalethes, Entitled, A Solemn Caution Against the Ten Horns of Calvinism (Leeds, 1780). ↩︎
  3. John Wesley, Free Grace (Bristol, 1739), sermone 110 nella numerazione standard; Calvino, Istituzione della religione cristiana 3.23.7 (decretum quidem horribile, fateor). ↩︎
  4. J. I. Packer, Evangelism and the Sovereignty of God (Londra: IVP, 1961), cap. 2. Trad. it.: Evangelizzazione e sovranità di Dio. ↩︎
  5. Ken Wilson, The Foundation of Augustinian-Calvinism (edizione indipendente, 2019). ↩︎
  6. Kenneth M. Wilson, Augustine’s Conversion from Traditional Free Choice to “Non-free Free Will”: A Comprehensive Methodology, Studien und Texte zu Antike und Christentum 111 (Tubinga: Mohr Siebeck, 2018). ↩︎

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