È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede

Categoria: Pensieri e Riflessioni Pagina 1 di 3

Riflessioni libere sulla Parola di Dio e pensieri cristiani sul mondo in cui viviamo.

Neemia e Apocalisse

La Pergamena e il Salvatore: riscoprire il tesoro della scrittura

Sin da quando sono diventata cristiana, la mia fonte primaria di gioia è quando Dio si rivela nella Scrittura. Quando riesco a leggere un passo e a collegarlo ad altri nella Bibbia, sperimento il miracolo dell’unico Dio che opera attraverso il tempo e lo spazio, raggiungendo piccola me e mostrandomi la potenza della Sua Parola eterna.

“L’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio sussiste per sempre.” (Isaia 40:8)

In un mondo definito da cose che finiscono—il passare dei tempi e delle stagioni, l’affievolirsi della vita, il costante cambiamento della natura—io gioisco nel vedere Dio che parla e agisce, che promette e adempie, che è morto ed è risorto. Egli non finisce e non cambia e la Sua Parola riflette queste sue caratteristiche. 

Quando Lo vedo nella Scrittura, in un versetto, e sperimento la potenza della Sua Parola, vedo la stessa potenza muoversi in me. Essa trasforma il mio dolore in gioia, i miei bisogni in abbondanza e i miei limiti in opportunità. Mi dona l’audacia per proclamarla e la forza per ubbidirla.

Tuttavia, nella cristianità moderna, vedo spesso svilupparsi un modello diverso. Troppo spesso, ci avviciniamo alla Bibbia con una mente preconcetta, con bisogni impellenti e aspettative egocentriche intrecciate in ogni versetto. Temo che, agendo in questo modo, manchiamo di collegarci alla potente Fonte di Vita e così la Parola di Dio manca di portare frutto in noi. Eppure se solo ci abbandonassimo al testo biblico nudi e privi di qualsiasi nostra influenza personale su di esso, allora possiamo veramente sperimentare la benedizione di trovare nella Parola il Tesoro Più Grande e Prezioso di Tutti: il Suo Autore e Gesù Cristo Suo Figlio. Lui è il premio che tutti dovremmo cercare tra le pagine della Bibbia.

Mentre ero a un incontro biblico la scorsa notte, stavamo leggendo Neemia 8. Mentre esaminavo il capitolo, qualcosa mi è venuto in mente: ho avuto l’impressione che la scena descritta fosse qualcosa che avevo letto anche altrove nella Bibbia. Alla fine mi è venuto in mente Apocalisse e così ho preso una Bibbia e la pagina mi si è aperta su Apocalisse 5 e ho iniziato a confrontare i due passaggi. Stupita e piena di gioia, ho potuto vedere delle somiglianze che erano impossibili da ignorare o da considerare pura coincidenza. Ecco cosa ho trovato.

Una riflessione sull’educazione alla pace a scuola

Negli ultimi giorni ci siamo trovati di fronte a una decisione: come reagire quando la scuola propone iniziative che, pur vestite del linguaggio della pace e della convivenza civile, presentano contenuti, metodi e simboli difficilmente conciliabili con una visione cristiana del mondo?

La circostanza, nel nostro caso, è stata la Marcia della Pace organizzata dalla scuola dei nostri figli. Una manifestazione pubblica, con cartelloni, canti e la partecipazione di figure politiche e istituzionali.

L’iniziativa, nelle sue intenzioni, vuole promuovere valori condivisibili da tutti. Tuttavia, osservandola con attenzione, rivela almeno tre criticità che credo sia necessario discutere apertamente, non per spirito polemico, ma per responsabilità educativa.

Romani 6:23

Il dono gratuito della vita eterna

I cinici spesso dicono che “niente è mai veramente gratis”. Ma questo libro, la Bibbia, parla del dono gratuito più grande di tutti: la vita eterna.  

Questo è offerto da Dio a tutta l’umanità,

“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).

Ravvedimento e Regno: perché Israele è ancora importante

Ho scritto e discusso questo punto diverse volte in passato e, per me, non serve altro che un’attenta lettura di Matteo 24 per capire che la seconda venuta di Gesù è un evento giudeocentrico. È Gerusalemme che Egli piange. È a Sion che ritorna. Ed è il ravvedimento nazionale di Israele a fungere da cardine della storia della redenzione.

Ciononostante, vorrei commentare qui un prezioso articolo di Michael J. Vlach intitolato Israel’s Repentance and the Kingdom of God (MSJ 27/1, primavera 2016). Sebbene Vlach e io potremmo non essere d’accordo su tutto—lui è riformato nella sua soteriologia, mentre io sostengo la teologia della Grazia Gratuita—il suo lavoro su Israele e l’escatologia è solido, equilibrato e ben documentato. Questo articolo, in particolare, evidenzia ciò che molti sembrano trascurare: il modello profetico che collega il ravvedimento nazionale di Israele con l’avvento del regno e il ritorno del Messia.

Perché il rapimento deve essere distinto e pre-tribolazione

O altrimenti non c’è alcun Rapimento

Ogni tanto torna fuori la questione del Rapimento, soprattutto con un mio caro fratello che ha sempre faticato a comprenderne la logica.

Sebbene non abbia opinioni contrastanti sul Rapimento, né ne faccia una prova di ortodossia, nutro una forte convinzione al riguardo. E credo che valga la pena mettere per iscritto il ragionamento che ho condiviso con lui l’ultima volta che ne abbiamo discusso.

In quell’occasione, aveva iniziato a propendere per l’idea che il Rapimento e la Seconda Venuta potessero essere lo stesso evento, una posizione che considerava forse la più logica.

Mi permetto di dissentire. Se il Rapimento esiste davvero, deve essere un evento distinto dalla Seconda Venuta, e deve avvenire prima della Tribolazione. Qualsiasi altra opinione, a mio avviso, crolla sotto il peso sia della Scrittura che della ragione.

Il peso dell’esperienza e la semplicità della fede

La tragedia dei nostri giorni è che il semplice Vangelo è stato sempre più oscurato da un’enfasi perniciosa sull’esperienza soggettiva. Ho già osservato che questo errore ha portato a confusione e dubbi, in particolare riguardo alla questione del battesimo e alla certezza della salvezza. Eppure il problema è ancora più ampio. Intacca il modo in cui concepiamo la conversione stessa.

Un’idea sempre più diffusa tra alcuni cristiani è che la vera conversione debba essere accompagnata da un'”esperienza” percepibile ed emotiva con il Signore. Senza tale esperienza, sostengono, la fede di una persona non può essere considerata autentica. Questa posizione non è semplicemente errata; è assurda e rasenta il male.

Considerate una ragazza che cresce in una famiglia cristiana. Fin da piccola le è stato insegnato il Vangelo e confessa con sincerità che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e che credendo avrà la vita eterna (Giovanni 20:31). Eppure, poiché non racconta di un incontro emotivo drammatico o uno specifico “momento di forte emozione”, alcuni le dicono che non è veramente convertita.

Non guardate me, guardate Cristo!

Rivalutare il ruolo della testimonianza personale per l’evangelizzazione e la crescita personale.

Nella cultura evangelica contemporanea, l’uso della testimonianza personale nell’evangelizzazione è diventato così comune che pochi si soffermano a considerare le sue implicazioni teologiche e pratiche. Si dà quasi per scontato che per comunicare efficacemente il Vangelo, si debba raccontare la propria storia, come si era soliti essere, come si è incontrato Cristo e come è cambiato tutto. Ciò accade più spesso durante l’evangelizzazione individuale o durante eventi in chiesa, in cui i non credenti di solito vengono su invito di amici praticanti; meno nell’evangelizzazione di strada.

Tuttavia, questo approccio narrativo fa spesso appello alle emozioni e alla trasformazione soggettiva e, sebbene possa sembrare convincente in superficie, comporta un rischio significativo: può oscurare il Vangelo stesso e indurre sia l’ascoltatore sia chi parla a pensare che la salvezza riguardi principalmente l’esperienza personale piuttosto che la verità oggettiva di Cristo crocifisso e risorto.

Principi biblici per una chiesa unita ed efficace

Tra le minacce più grandi a un ministero fiorente e fruttuoso vi sono la gelosia e l’orgoglio. Questi peccati non colpiscono solo gli individui; indeboliscono la chiesa, causando divisione, conflitti e stagnazione spirituale.

L’orgoglio precede la rovina e lo spirito altero precede la caduta (Pr 16:18)

Un cuore in pace dà vita al corpo, ma l’invidia fa marcire le ossa (Pr 14:30)

Tuttavia, il progetto di Dio per la Chiesa è un progetto di armonia, servizio reciproco e crescita.

In tutta la Scrittura, vediamo come la gelosia e l’orgoglio abbiano causato distruzione nei ministeri e nella leadership. Tuttavia, vediamo anche come l’umiltà, la cooperazione, l’apprendimento umile e l’incoraggiamento reciproco consentano alla chiesa di prosperare.

… Istruisci i saggi e diventeranno ancora più saggi; istruisci i giusti e accresceranno la loro dottrina. (Pr 9:8-9)

In questo articolo esploreremo i principi biblici fondamentali che ci insegnano a evitare orgoglio e gelosia nel ministero e come costruire una chiesa unita e incentrata su Cristo.

Come approcciare l’insegnamento seguendo l’esempio di Gesù

Tra tutti gli insegnanti che abbiano mai camminato su questa terra, Gesù è il più grande di tutti. Il Suo insegnamento era unico—pieno di saggezza, amore e una profonda comprensione del cuore umano. Parlava sia ai Suoi discepoli che allefolle in modo semplice e profondo, trasmettendo verità eterne attraverso parabole ed esempi quotidiani.

Una degli approcci più importanti del Suo insegnamento si concentrava sul proporre gli aspetti positivi di una lezione piuttosto che limitarsi a sottolineare ciò che era sbagliato. Questo era particolarmente vero quando insegnava ai Suoi discepoli. Un esempio lo troviamo in Luca 14:7-11, dove Gesù racconta una parabola sugli invitati a un banchetto di nozze. A prima vista, si potrebbe pensare che la parabola condanni l’orgoglio, ma il punto principale di Gesù è diverso: evidenziare i benefici dell’umiltà.

Piuttosto che limitarsi ad ammonire l’arroganza, Gesù insegna che un atteggiamento umile porta a maggiore onore ed evita imbarazzi inutili. Incoraggia le persone a scegliere l’ultimo posto, confidando nel fatto che saranno innalzate al momento opportuno. La Sua lezione non è solo un invito ad evitare la vergogna, ma ad abbracciare la benedizione che viene con la vera umiltà.

Questo metodo di insegnamento riflette un approccio biblico più ampio—uno che mette in risalto gli aspetti positivi piuttosto che semplicemente condannare quelli negativi. Un chiaro esempio di questo lo troviamo in Filippesi 4:8, dove Paolo incoraggia i credenti a concentrarsi su ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, ammirevole, eccellente e degno di lode. Questo dimostra che le azioni positive nascono da una mente che si concentra su pensieri positivi e puri.

Al contrario, Romani 7:8 offre una prospettiva diversa sulla legge: Paolo spiega che quando la legge proibisce qualcosa, spesso risveglia desideri peccaminosi piuttosto che prevenirli. Questo mostra come un approccio all’insegnamento che si limita a evidenziare gli errori possa, a volte, persino aumentare le difficoltà. Gesù, invece, ispira il cambiamento mettendo in evidenza i benefici di una vita giusta piuttosto che solo i pericoli di una vita sbagliata.

Scenda dalla puntata 3, stagione 3 di The Chosen

Credere non è la stessa cosa che comprendere

L’ispirazione per questo articolo è venuta da una frase pronunciata da Gesù nel terzo episodio della terza stagione di The Chosen, intitolato “Physician, heal yourself”. Questo momento fa parte dell’espansione creativa della scena nella sinagoga di Nazareth, dove Gesù legge dal rotolo di Isaia. In questa interpretazione, fanno dire a Gesù quanto segue:

Se non riesci ad accettare di essere spiritualmente povero e prigioniero, nello stesso modo in cui una donna gentile e un lebbroso siriano riconobbero il loro bisogno … se non riconosci di aver bisogno di un anno di favore del Signore, allora non posso salvarti.

Ciò riflette una linea di pensiero molto comune nella cristianità. Una con cui non siamo necessariamente d’accordo. Nella fede cristiana, c’è una distinzione cruciale tra credere a ciò che Dio dice e comprendere la piena portata di ciò che Dio dice e del perché lo dice. Questa differenza è spesso sottile ma profonda, e spesso il cristiano implica che non puoi davvero credere alle promesse di Dio se non le hai pienamente comprese, specialmente quando si tratta della promessa della vita eterna.

Eppure, la Scrittura ci mostra ripetutamente che la fede è radicata nell’affidarsi alla parola di Dio, anche quando la piena comprensione ci sfugge. La fede non richiede sempre una comprensione completa, ma ci chiama ad avere fiducia nell’affidabilità e nella veridicità di Dio, anche quando non comprendiamo appieno la profondità di ciò che sta rivelando.

Esploriamo questo tema attraverso esempi tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, dove la fede spesso precedeva la comprensione, e come questa dinamica si manifesta nella vita dei credenti.

Fede e battesimo: una riflessione

Era la prima domenica di settembre. Quella mattina, iniziai la giornata imbattendomi in un versetto che avrebbe dato il via a una serie di riflessioni:

Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio»

Atti 8:37

Questo versetto, che racconta la risposta dell’eunuco etiope alla domanda di Filippo prima del suo battesimo, è assente in molti manoscritti antichi. Tuttavia, il suo significato va oltre i dibattiti testuali, come ho ricordato più tardi quel giorno stesso, durante una cerimonia battesimale.

Solo Cristo

Una domenica in Chiesa Cattolica Romana

Il presente articolo vuole riflettere insieme a voi sulla mia recente esperienza di messa cattolica. Alcune delle mie conclusioni o riflessioni potranno risultare controverse, soprattutto negli ambienti che sembrano avere come unica linfa vitale della propria fede quello di tenere il dito accusatorio ben puntato contro la Chiesa Cattolica Romana; ma le controversie portano almeno il beneficio della discussione, che se fatta civilmente, può solo edificare.

Precisazioni

Per chi è nuovo qui, voglio precisare che non sono cattolico romano e, personalmente, non suggerisco a nessun credente, neonato o “datato” che sia, di far parte di una congregazione di tale denominazione. Sia chiaro anche, però, che la ragione per cui non suggerisco la chiesa romana non è perché credo che sia totalmente priva di credenti, ma perché è una chiesa che, teologicamente e dottrinalmente, ha una lista piuttosto lunga di problemi che a mio avviso ostacolano non poco la gioia cristiana e il percorso verso la maturità, nonché l’accesso alla buona novella stessa.

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