Se sovrapponete pentecostali, riformati ed evangelici in senso più ampio, scoprirete rapidamente che il “battesimo nello Spirito Santo” funziona come una sorta di test di Rorschach teologico. Per alcuni è un evento drammatico post‑conversione marcato dal done delle lingue; per altri è semplicemente il modo sintetico di Paolo per parlare della conversione stessa; per altri ancora è un termine sacramentale legato al battesimo in acqua. Tutte queste posizioni rivendicano di essere “bibliche”, ma spesso leggono porzioni diverse della Bibbia come se fossero sistemi autosufficienti.

In ciò che segue voglio sostenere che, se lasciamo che siano le stesse strutture del Nuovo Testamento a guidarci, arriviamo a un quadro sorprendentemente coerente. Paolo ci presenta un unico battesimo nello Spirito, universale e una volta per tutte, coincidente con la conversione. Luca, negli Atti, racconta una serie di eventi di transizione di patto in cui questo unico dono si riversa su diversi gruppi. Su questa base possiamo affermare sia la non negoziabile universalità del battesimo nello Spirito sia la realtà di potenti riempimenti successivi, senza trasformare questi ultimi in una nuova classe di cristiani.

Perché il battesimo nello Spirito è importante

Prima di guardare alle Scritture, vale la pena di chiarire che cosa è realmente in gioco.

Anzitutto, abbiamo bisogno di chiarezza sui termini. Nel lessico pentecostale classico, “battesimo nello Spirito Santo” indica un’esperienza post‑conversione, distinta dalla nuova nascita, in cui il credente è reso capace di testimoniare e che è inizialmente attestata dalle lingue. Per contro, molta teologia riformata ed evangelica intende il “battesimo nello/con lo Spirito” come ciò che avviene alla conversione, quando lo Spirito ci unisce a Cristo e al suo corpo. Poi c’è il parlare di “riempimento” dello Spirito (Ef 5:18), che perfino i pentecostali ammettono sia ripetibile e variabile in intensità.[1][2][3]

In secondo luogo, non si tratta di una mera disputa terminologica. Il modo in cui configuriamo il battesimo nello Spirito tocca:

  • Certezza: può una persona essere genuinamente convertita e tuttavia “mancare” dello Spirito in modo decisivo?
  • Ecclesiologia: dividiamo i credenti in cristiani di prima e di seconda classe sulla base dell’esperienza?
  • Ermeneutica: lasciamo che le affermazioni dottrinali esplicite di Paolo guidino la nostra lettura dei racconti di Luca, o facciamo il contrario?

Le domande chiave sono facili da formulare: quando è che il credente riceve lo Spirito? Il battesimo nello Spirito è universale per tutti i cristiani, o solo per alcuni? E che cosa ha a che fare il parlare in lingue con tutto questo?

La linea di base di Paolo: Spirito e conversione

Se chiediamo a Paolo che cosa definisce un cristiano, la sua risposta è straordinariamente consistente: la presenza dello Spirito.

Il testo più tagliente è Romani 8:9: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non gli appartiene.” Non c’è alcuna categoria intermedia. Il possesso dello Spirito è costitutivo dell’appartenenza a Cristo. Il lavoro monumentale di Gordon Fee sulla pneumatologia paolina sintetizza così la logica: per Paolo lo Spirito è la “presenza che dà potenza di Dio” che contrassegna e trasforma il popolo di Dio; non esiste esistenza cristiana senza questo dimorare.[4][5]

Galati 3 va nella stessa direzione. La domanda retorica di Paolo è pungente: “Avete ricevuto lo Spirito per le opere della legge o per aver ascoltato con fede?” (Gal 3:2). Il contrasto non è fra due fasi della vita cristiana, ma fra due principi di salvezza – legge contro fede. Lo Spirito è ricevuto nel momento in cui si ascolta e si crede al vangelo. Allo stesso modo Efesini 1:13: “Avendo ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo promesso.” La sequenza è serrata: ascolto, fede, sigillo. Non c’è traccia di una successiva e separabile manifestazione pneumatologica.[6]

Il solo testo paolino che usi il linguaggio del “battesimo” è 1 Corinzi 12:13: “Noi tutti infatti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo – Giudei o Greci, schiavi o liberi – e tutti siamo stati abbeverati a un solo Spirito.” Gli elementi portanti, a livello esegetico, sono evidenti:

  • “Tutti” (pantes) – non “alcuni” credenti più avanzati.
  • Aoristo passivo – un atto passato, una volta per tutte, compiuto da Dio.
  • In un solo corpo – l’effetto è l’incorporazione nel corpo di Cristo, non un upgrade successivo all’ingresso.[7]

Studi recenti hanno raffinato il modo di collegare questo testo al battesimo in acqua, ma il punto di fondo resta: questo “battesimo nello Spirito” è l’opera iniziatoria e universale che costituisce la Chiesa.[8][9]

Questo impone una distinzione cruciale. Paolo parla anche di essere “riempiti di Spirito” (Ef 5:18), al presente imperativo: “continuate a lasciarvi riempire.” Qui il quadro è chiaramente quello di un’esperienza continua e ripetibile, variabile in intensità e spesso legata alla franchezza nella testimonianza o nel culto (cfr. At 4:31). In altre parole:[10]

  • C’è un’unica opera fondamentale dello Spirito per mezzo della quale siamo uniti a Cristo e al suo corpo (ciò che 1 Cor 12:13 chiama “battesimo”).
  • Ci sono molti successivi riempimenti e manifestazioni.

Qualunque modello che postuli un credente realmente convertito e rigenerato che tuttavia “manca” del battesimo nello Spirito deve spiegare come questo possa conciliarsi con Rom 8:9, Gal 3:2, Ef 1:13 e 1 Cor 12:13. Più lasciamo parlare Paolo, meno spazio rimane per un’ontologia a due livelli.

Rileggere Atti: transizione del patto, non upgrade privato

L’argomentazione pentecostale, soprattutto nella sua forma classica, non poggia primariamente su Paolo ma su Luca–Atti. Quattro brani in Atti fungono da base principale: Atti 2 (Gerusalemme), 8 (Samaria), 10 (Cesarea, Cornelio) e 19 (Efeso). Sono letti come casi paradigmatici di credenti già convertiti che ricevono successivamente il battesimo nello Spirito come seconda benedizione, normalmente con le lingue.[11]

La domanda cruciale è: che tipo di racconti sono questi? Riguardano primariamente l’esperienza individuale tipica, o la transizione del patto a livello di storia della salvezza? Una lettura “pattuale” – che veda in ciascun episodio l’incorporazione di una postura relazionale distinta rispetto alle precedenti economie di Dio – rende meglio conto della selettività, dei tempi e delle dinamiche di questi testi rispetto a uno schema rigido di ordo salutis.

I quattro episodi di Atti e lo stato di alleanza

Se mappiamo i quattro gruppi in base alla loro posizione di alleanza prima di Pentecoste, emerge una sequenza deliberata che corrisponde all’arco geografico‑teologico di Atti 1:8 (Gerusalemme → Giudea → Samaria → estremi confini della terra):

Gruppo Brano Stato alleanza Fede pre‑Pentecoste? Modalità effusione
Giudei della diaspora/Pentecoste At 2 Eredi mosaici a pieno titolo (Torah, tempio) Inaugurale per gli apostoli Effusione diretta durante la predicazione di Pietro (2:4); lingue come inversione di Babele
Samaritani At 8 Eredi settentrionali scismatici (solo Pentateuco, culto sul Garizim) Sì: Gv 4:39–42 (“Salvatore del mondo”) Ritardo fino all’imposizione delle mani apostolica (8:15–17)
Casa di Cornelio At 10 Timorato di Dio gentile (esterno simpatizzante) Nessuna indicazione precedente Prima del battesimo in acqua, a sermone in corso (10:44–46); lingue come conferma
Discepoli di Giovanni a Efeso At 19 Status preparatorio (solo battesimo di Giovanni) Parziale: indicazione escatologica di Giovanni Dopo il (ri)battesimo, con l’imposizione delle mani di Paolo (19:5–6); lingue e profezia

Non è un quadro casuale o puramente geografico. Ogni gruppo rappresenta una posizione unica rispetto alle alleanze d’Israele: partecipazione piena, parzialità scismatica, esclusione totale, preparazione transitoria. L’arrivo visibile dello Spirito ratifica il loro trasferimento nel nuovo patto, rinchiudendo sotto Cristo l’intero spettro dell’umanità.[12]

Atti 8: Samaritani – fede scismatica e ratifica apostolica

Filippo predica Cristo in Samaria: “Le folle… prestavano ascolto unanimi… Quando poi credettero a Filippo che annunciava il lieto messaggio… furono battezzati uomini e donne” (At 8:6,12). Eppure “lo Spirito Santo non era ancora disceso su nessuno di loro… Quando gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio, mandarono da loro Pietro e Giovanni” (8:15–16). Solo dopo l’imposizione delle mani apostolica lo Spirito viene (8:17).[13]

A prima vista sembra un caso scolastico di susseguenza – finché si tiene conto di Giovanni 4:39–42: Gesù evangelizza quella stessa comunità di Sicàr (“molti Samaritani di quella città credettero in lui… ‘noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo’”). La fede samaritana nel Messia prima della croce è esplicita, e con ogni probabilità alimenta i destinatari di Atti 8. Perché allora il ritardo post‑conversione?

Lo spiega lo scisma: i Samaritani rifiutavano il tempio di Gerusalemme e i profeti, accettando solo Mosè e il culto sul Garizim – un’identità di alleanza fratturata, con secoli di inimicizia (cfr. Gv 4:9,20). Il successo di Filippo rischia di produrre una chiesa samaritana rivale, parallela ma indipendente dalla chiesa madre di Gerusalemme. Il trattenersi dello Spirito rende necessaria l’intervento apostolico: Pietro e Giovanni vedono, pregano e impongono le mani, garantendo l’unità ecclesiale (niente fazioni, cfr. 1 Cor 1:10–13). L’analisi di Fruchtenbaum coglie il punto: i Samaritani sperimentano la rigenerazione nel momento della fede, ma l’abitare/battesimo dello Spirito è sospeso finché non ci sia la ratifica nel contesto dell’antagonismo giudeo‑samaritano, a tutela dell’unico corpo sotto le chiavi apostoliche (Mt 16:19).[14]

Qui abbiamo costruzione di ponti di alleanza, non una seconda benedizione privata. La fede pre‑Pentecoste (come nel caso dei discepoli di Giovanni) è reale ma incompleta senza l’inaugurazione croce‑risurrezione‑Pentecoste; Atti 8 completa il trasferimento, con sigillo apostolico.

Atti 10: Cornelio – inclusione dei Gentili senza precondizioni

La visione di Pietro abbatte le barriere di purezza rituale; egli predica alla casa di Cornelio: “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano la parola” (At 10:44). Essi parlano in lingue e magnificano Dio prima del battesimo in acqua (10:46–48). Pietro lo giustifica a Gerusalemme: “Quando avevo appena cominciato a parlare, lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi” (11:15).

Questo sovverte sia gli schemi di susseguenza (lo Spirito viene prima del battesimo in acqua e di una precedente “seconda esperienza”) sia quelli sacramentali (lo Spirito legato al rito). Fruchtenbaum mette in luce la funzione dell’episodio: Dio aggira sovranamente le diffidenze giudaiche, costringendo ad accettare i Gentili come coeredi senza osservanza della Torah o un previo percorso di fede ebraico. Le lingue riecheggiano Pentecoste (At 2), dimostrando che “lo stesso dono” si estende agli stranieri (11:17). Non c’è bisogno di ritardo: l’effusione diretta, nel mezzo dell’ascolto del vangelo, autentica la piena inclusione, spegnendo sul nascere i pregiudizi.[15]

Cornelio illustra la disponibilità universale del battesimo nello Spirito, dato alla fede per ogni carne (Gl 3:1–2 LXX/Gl 2:28–32 MT), ma come porta d’ingresso unica ai Gentili, non come pattern ripetibile.[16]

Atti 19: i discepoli di Giovanni – fede preparatoria compiuta

Paolo trova ad Efeso “alcuni discepoli”: “Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?” Essi rispondono: “Non abbiamo neppure sentito dire che ci sia uno Spirito Santo.” Conoscevano solo il battesimo di Giovanni (19:2–3). Paolo annuncia loro Cristo, li ribattezza “nel nome del Signore Gesù”, impone le mani – “lo Spirito Santo venne su di loro e parlavano in lingue e profetavano” (19:4–6).

Non si tratta di cristiani decaduti, ma di residui pre‑cristiani: il rito di Giovanni era una preparazione escatologica (“convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”), non l’iniziazione al nuovo patto. La loro ignoranza riguardo allo Spirito segnala una transizione incompiuta. Il (ri)battesimo e l’imposizione delle mani segnano il passaggio, con i carismi che attestano il compimento dell’indicazione di Giovanni (cfr. Lc 3:16). Come i Samaritani, una fede parziale pre‑Pentecoste attende il completamento pneumatologico.

La sequenza si chiude: coerenza canonica

Letti così, i quattro episodi di “battesimo nello Spirito” in Atti assomigliano meno a esempi definitori di una tappa aggiuntiva nell’ordo salutis e più a marcatori di incorporazione nel nuovo patto.

Il classico studio di James Dunn, Baptism in the Holy Spirit (1970), presenta questi testi come eccezioni transitorie rispetto alla norma della “ricezione dello Spirito alla conversione”. Gordon Fee concorda: Atti racconta le origini della Chiesa, non un modello atemporale per ogni credente. La contro‑argomentazione carismatica‑lucana di Roger Stronstad (Spirito come potenziamento profetico distinto dalla soteriologia paolina) fatica a reggere di fronte all’universalità di Rom 8:9.[17][18][19][20]

La lettura “pattuale” risolve la tensione: Atti 1:8 traccia l’estensione del nuovo patto attraverso ogni postura di alleanza. Una volta ratificato (Giudei → scismatici → Gentili → discepoli transitori), il pattern si chiude – non c’è un quinto episodio, né un modello individuale perpetuo. Il quadro dottrinale di Paolo (1 Cor 12:13) è determinante: tutti i credenti sono battezzati nello Spirito alla fede; Luca illustra il dispiegarsi storico‑redentivo di questa realtà. Le lingue segnano tappe corporate, non diagnostiche private (1 Cor 12:30).[21]

Questo modo di leggere onora la forza narrativa di Atti senza metterla in contrasto con le epistole, e ci consegna un unico battesimo per tutti, con molti riempimenti successivi.

L’errore di molta lettura pentecostale non è quello di prendere Atti troppo sul serio, ma di assolutizzare un certo modo di leggerlo – il caso esemplare trasformato in schema normativo – contro la più ampia testimonianza canonica.

Lingue, esperienza e maturità spirituale

Molto del calore pratico di questa discussione riguarda meno il momento della ricezione dello Spirito e più il ruolo delle lingue e di altre esperienze come segni del battesimo nello Spirito. Bisogna anche chiedersi che cosa il Nuovo Testamento stesso indichi come veri indicatori di maturità.

Lingue e “evidenza iniziale”

È vero che le lingue compaiono in diversi racconti di Atti (At 2:4; 10:46; probabilmente 19:6) e funzionano come un marcatore riconoscibile del fatto che è stato dato lo stesso dono. Non sorprende che i primi pentecostali, leggendo questi testi in un certo modo, abbiano concluso che le lingue debbano essere la evidenza fisica iniziale del battesimo nello Spirito. Le Assemblee di Dio lo codificano così: ogni battesimo nello Spirito è normativamente accompagnato dalle lingue come segno inaugurale.[22][23]

Il problema esegetico è che Paolo nega esplicitamente che un solo dono sia universale: “Parlano forse tutti in lingue?” (1 Cor 12,30). La risposta attesa, in greco, è “no”. Eppure lo stesso capitolo afferma: “Noi tutti infatti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (12:13). La logica è lineare:

  • Tutti i credenti condividono un unico battesimo nello Spirito.
  • Non tutti i credenti condividono un medesimo dono, lingue incluse.

Questa sola coppia di versetti è sufficiente a escludere qualsiasi teologia che dica: “Tutti coloro che sono battezzati nello Spirito parlano in lingue.”

Questo è ribadito dall’atteggiamento stesso di Paolo verso le lingue in 1 Corinzi 14. Può dire: “Ringrazio Dio che parlo in lingue più di tutti voi” (14:18), e insieme insistere che preferirebbe dire “cinque parole intelligibili piuttosto che diecimila in lingua” nell’assemblea (14:19). Le lingue sono reali, preziose e edificanti nel contesto giusto; non sono un distintivo di maturità.

I veri indicatori di maturità: l’amore come pietra angolare

Questo ci porta a una domanda correlata ma spesso confusa: come diagnostica il Nuovo Testamento l’immaturità spirituale?

Qui il linguaggio di Paolo taglia contro molta prassi corrente.

In 1 Corinzi 3:1–3 chiama i Corinzi “carnali, come a bambini in Cristo”. La prova che adduce non è la mancanza di esperienza carismatica, ma “gelosie e contese” e lo spirito di parte: “quando uno dice: ‘Io sono di Paolo’, e un altro: ‘Io di Apollo’, non vi dimostrate forse semplicemente uomini?” Questo è rivolto alla chiesa più evidentemente dotata del Nuovo Testamento.

Ebrei 5:12–14 descrive l’immaturità in termini di incompetenza dottrinale e mancanza di discernimento. Efesini 4:14 ritrae gli immaturi come “bambini sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina.”

Attraverso questi testi, i segni consistenti di immaturità sono:

  • Instabilità nella dottrina.
  • Fallimenti relazionali ed etici.
  • Incapacità di discernere il vero dal falso.

E questo è solo l’inizio. L’amore è il culmine di tutti i segni di maturità.

1 Corinzi 13 nel contesto corinzio. “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli… ma non avessi amore, sono come un bronzo che risuona” (13:1). I loro carismi sono il pungolo del rimprovero: profezia, conoscenza, fede, sacrificio – resi nulli in assenza di amore. I tratti dell’amore (paziente, benevolo, non invidioso, non arrogante, 13:4–7) curano esattamente i loro peccati (gelosia e contesa, 3:3).

Segno di immaturità Testo Contrasto dell’amore
Fazioni/gelosia 1 Cor 3:3 Paziente/benevolo (13:4)
Corsa al carisma 1 Cor 13:1–3 L’amore è essenziale
Fluttuazione dottrinale Ef 4:14 L’amore edifica (4:16)
Odio/chiusura del cuore 1 Gv 3:14–17 L’amore attesta la vita
Pensare da bambini 1 Cor 13:11 L’amore tutto sopporta (13:7)

Doni e maturità sono ortogonali: i pneumatici di Corinto sono infanti carnali. L’assenza di amore – ricerca del proprio, fallimento relazionale – è l’oro fino del Nuovo Testamento.

Uno spazio costruttivo per l’esperienza

Questo non squalifica i fenomeni: va bene cercare riempimenti (Ef 5:18); bene accogliere le lingue, soprattutto nella dimensione personale. Ma occorre ricollocarli come all’interno dell’unico battesimo, non al di sopra di esso. Il santo discreto che non ha mai parlato in lingue non è, per questo, immaturo; il virtuoso dei carismi privo di amore sì.

Che cosa facciamo, allora, con il “battesimo nello Spirito”?

Dove ci lascia, tutto questo, il termine “battesimo nello Spirito Santo”?

Se permettiamo che l’insegnamento esplicito di Paolo faccia da cornice, e leggiamo poi i racconti di Luca all’interno di questa cornice, emerge un modello abbastanza definito:

  1. C’è un unico battesimo iniziatorio nello Spirito per tutti i credenti, coincidente con la conversione. È questo che 1 Corinzi 12:13, Romani 8:9, Galati 3:2 ed Efesini 1:13 descrivono insieme.[24][25]
  2. Atti non narra una seconda benedizione nell’ordo salutis, ma l’incorporazione pattuale di gruppi diversi in questa unica realtà. I quattro episodi non sono il “copione” di ogni cristiano; sono la transizione una volta per tutte della Chiesa fuori dalle vecchie economie e dentro la nuova, attraverso Giudei, Samaritani, Gentili e discepoli transitori.[26][27]
  3. Il Nuovo Testamento conosce molti riempimenti dopo la conversione. Possono essere drammatici, possono coinvolgere lingue o altri doni, e vanno desiderati. Sono però variazioni nell’esperienza vissuta dell’unico Spirito già donato, non la creazione di una categoria distinta di cristiani.
  4. Le lingue sono un dono reale ma non un segno universale. Né la conversione né la maturità si diagnosticano dalla loro presenza o assenza; amore, stabilità dottrinale e obbedienza portano quel peso.

Questo quadro non appiattisce la diversità esperienziale della vita cristiana. Permette di affermare la realtà di incontri trasformanti con la presenza di Dio, anche molto tempo dopo la conversione, senza dire al credente che ha confidato in Cristo da bambino ma non ha mai parlato in lingue che gli manca “l’altra metà” del vangelo.

Ha anche vantaggi ecumenici. Consente a pentecostali e carismatici di conservare ciò che è più vitale nella loro eredità – una robusta aspettativa dell’opera presente ed esperienziale dello Spirito – invitandoli però a rilocare questa aspettativa dentro uno schema di conversione‑iniziazione a una sola tappa, anziché in un’antropologia a due livelli. Permette alle tradizioni riformate e affini di affermare le stesse realtà esperienziali senza doverne negare la possibilità o patologizzare chi le racconta.

Soprattutto, ricalibra la discussione dove la pone il Nuovo Testamento: non sullo smistare i cristiani in più o meno “avanzati”, ma sull’unico Spirito che unisce tutti i credenti a Cristo, e sui molteplici riempimenti con cui questo stesso Spirito continua a fortificare, correggere e guidare il popolo di Dio “di gloria in gloria” (2 Cor 2:18).[28]


  1. The Baptism in the Spirit: Another Work of Grace? ↩︎

  2. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  3. The Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  4. God’s Empowering Presence by G D Fee: An Extended Review ↩︎

  5. The Baptism in the Spirit: Another Work of Grace? ↩︎

  6. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  7. 1 Corinthians 12:13 Commentary ↩︎

  8. Re-Picturing the Reception of the Spirit with Ritual Experience: The Role of Baptism in 1 Corinthians 12 ↩︎

  9. The Spirit in Baptism and the Lord’s Supper: An Exegesis of 1 Corinthians 12:13 ↩︎

  10. Max Turner: The Holy Spirit and Spiritual Gifts In the New Testament Church and Today ↩︎

  11. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  12. The Spirit in Luke-Acts: A Support or A Challenge To Classical Pentecostal Paradigms? ↩︎

  13. MBS066 The Ministries of the Holy Spirit ↩︎

  14. MBS066 The Ministries of the Holy Spirit ↩︎

  15. MBS066 The Ministries of the Holy Spirit ↩︎

  16. MBS066 The Ministries of the Holy Spirit ↩︎

  17. The Pauline Letters in James D.G. Dunn’s Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  18. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  19. God’s Empowering Presence by G D Fee: An Extended Review ↩︎

  20. The Charismatic Theology of St. Luke: Trajectories from the Old Testament to Luke-Acts ↩︎

  21. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  22. Pentecostal Responses To Dunn’s Baptism in the Holy Spirit: Luke-Acts ↩︎

  23. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  24. 1 Corinthians 12:12-13: Baptism in the Holy Spirit or Filling? Yes! ↩︎

  25. God’s Empowering Presence by G D Fee: An Extended Review ↩︎

  26. The Spirit in Luke-Acts: A Support or A Challenge To Classical Pentecostal Paradigms? ↩︎

  27. Baptism in the Holy Spirit ↩︎

  28. The Baptism in the Spirit: Another Work of Grace? ↩︎