Se sovrapponete pentecostali, riformati ed evangelici in senso più ampio, scoprirete rapidamente che il “battesimo nello Spirito Santo” funziona come una sorta di test di Rorschach teologico. Per alcuni è un evento drammatico post‑conversione marcato dal done delle lingue; per altri è semplicemente il modo sintetico di Paolo per parlare della conversione stessa; per altri ancora è un termine sacramentale legato al battesimo in acqua. Tutte queste posizioni rivendicano di essere “bibliche”, ma spesso leggono porzioni diverse della Bibbia come se fossero sistemi autosufficienti.

In ciò che segue voglio sostenere che, se lasciamo che siano le stesse strutture del Nuovo Testamento a guidarci, arriviamo a un quadro sorprendentemente coerente. Paolo ci presenta un unico battesimo nello Spirito, universale e una volta per tutte, coincidente con la conversione. Luca, negli Atti, racconta una serie di eventi di transizione di patto in cui questo unico dono si riversa su diversi gruppi. Su questa base possiamo affermare sia la non negoziabile universalità del battesimo nello Spirito sia la realtà di potenti riempimenti successivi, senza trasformare questi ultimi in una nuova classe di cristiani.