Pubblicato nel maggio del 2014, riveduto nell’agosto del 2026.
Era il 959 a.C. e il Tempio iniziato sette anni prima era stato terminato (1 Re 6:37-38). Salomone aveva fatto portare nel tempio «l’argento, l’oro e tutti gli utensili che Davide suo padre aveva consacrati» (2 Cronache 5:1) e i Leviti vi portarono l’arca del patto (2 Cronache 5:4-5).
Alla fine del discorso e della preghiera di Salomone (2 Cronache 6), leggiamo:
Quando Salomone ebbe finito di pregare, il fuoco scese dal cielo, consumò l’olocausto e i sacrifici, e la gloria del Signore riempì la casa. (2 Cronache 7:1)
Notiamo bene i due movimenti, perché ci serviranno dopo: il fuoco scende sul sacrificio e lo consuma; la gloria riempie la casa. La «gloria del Signore», spesso manifesta visibilmente come una nuvola (2 Cronache 5:13-14; Esodo 40:34-35), nel Vecchio Testamento costituisce la più comune manifestazione della Presenza Divina tra il suo popolo.
La gloria che se ne andò
Ma la storia del tempio non finisce con la gloria che entra. Finisce, tragicamente, con la gloria che esce. Ezechiele vide la gloria del Signore sollevarsi dal luogo santissimo, fermarsi sulla soglia, e infine abbandonare la città (Ezechiele 10:4, 18-19; 11:22-23). E quando gli esuli tornarono e ricostruirono, nessun fuoco scese dal cielo sul tempio di Zorobabele: la Scrittura non registra alcuna consacrazione come quella di Salomone. Anzi, è proprio per questo che Aggeo deve consolare chi piangeva davanti alla nuova casa: «La gloria di questo tempio sarà più grande di quella del primo» (Aggeo 2:9) — una promessa, non una constatazione. La stessa tradizione ebraica riconosceva che al secondo tempio mancavano, fra le altre cose, il fuoco dal cielo e la Shekinah (Yoma 21b).
Per circa sei secoli, dunque, il popolo di Dio ebbe un tempio senza gloria. Teniamo anche questo da parte.
Non sapete che siete il tempio di Dio? (1 Corinzi 3:16)
Facciamo un salto avanti e arriviamo alla neonata Chiesa. Nelle lettere dell’apostolo Paolo ci viene ricordato regolarmente che ora Dio non abita più in un tempio di pietra fatto da mani d’uomo, ma abita nella sua Chiesa, di cui la pietra angolare è il nostro Signore Gesù Cristo (Efesini 2:20-22). L’apostolo ci ricorda infatti che noi, la Chiesa, siamo ora membra del corpo di Cristo (1 Corinzi 12:27). E con l’incarnazione, è questo corpo l’eccellente tabernacolo di Dio (Giovanni 1:14), del quale la tenda (Esodo 25:8) e il tempio (2 Cronache 5-7) del Vecchio Testamento erano modelli preparatori, in attesa della realtà che prefiguravano (Ebrei 8:5; 9:24).
La consacrazione del nuovo tempio
Come spesso accade, c’è da aspettarsi che la simbologia del Vecchio Testamento si ripresenti nel Nuovo come segno di adempimento. È stata, dunque, la Chiesa, il nuovo tempio, consacrata così come il Tempio di Salomone?
Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. (Atti 2:1-4)
Eccoli di nuovo, i due movimenti di 2 Cronache 7:1: qualcosa scende dal cielo, e la casa viene riempita. Che poi «la casa» fosse una dimora privata o, come alcuni ritengono, un ambiente del tempio dove i discepoli si trovavano «continuamente» (Luca 24:53), poco importa ai fini del segno: il nuovo tempio non è l’edificio in cui erano seduti, ma le persone che vi erano sedute.
Ma guardiamo da vicino, perché il parallelo non è una fotocopia — ed è proprio nella differenza che brilla l’adempimento. A Gerusalemme, ai tempi di Salomone, il fuoco scese sul sacrificio e lo consumò. A Pentecoste il fuoco si posa sulle persone, e non consuma nulla. Perché? Perché l’Olocausto supremo si era già consumato, cinquantatré giorni prima, sulla Croce (Ebrei 10:12). Il fuoco che un tempo cadeva su un’offerta morta ora riposa su pietre viventi (1 Pietro 2:5): il sacrificio è stato accettato una volta per sempre, e ciò che resta da riempire è la casa.
E c’è di più. La gloria che Ezechiele aveva visto partire, e che al secondo tempio non era mai tornata, a Pentecoste torna — non sull’edificio di Erode, ma sui centoventi. La promessa di Aggeo si compie dove nessuno la aspettava. Sei secoli di attesa, e la Presenza Divina riempie di nuovo la sua casa: solo che la casa, adesso, siamo noi.
E come il tempio di Salomone fu dedicato una volta sola — nessuno si aspettava che il fuoco scendesse di nuovo ogni volta che un sacerdote varcava la soglia — così la consacrazione del nuovo tempio è avvenuta una volta per tutte. Da quel giorno la Presenza non va e viene: dimora.
Salvezza per i sacerdoti
Nella sua preghiera Salomone disse:
E ora àlzati, o Signore, o Dio, vieni al luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua forza. I tuoi sacerdoti, o Signore, o Dio, siano rivestiti di salvezza, ed esultino nel bene i tuoi fedeli! (2 Cronache 6:41)
Salomone sta citando la liturgia del Salmo 132 (vv. 9, 16), e la «salvezza» che invoca è anzitutto quella lingua di liberazione e vittoria con cui il Vecchio Testamento parla del favore di Dio sul suo popolo. Non vogliamo far dire al Cronista più di quanto dica. Eppure, come tante volte, il vocabolario dell’ombra anticipa quello della realtà: con Gesù Cristo nostro Sommo Sacerdote, i credenti della Chiesa sono definiti sacerdoti nel Nuovo Testamento (1 Pietro 2:5, 9; Apocalisse 1:6; 5:10). E noi, che siamo tutti sacerdoti per grazia di Dio in Cristo Gesù, siamo stati davvero rivestiti della sua salvezza — nel senso più pieno che quella parola avrebbe mai avuto — quando abbiamo creduto e ricevuto il sigillo dello Spirito Santo (Efesini 1:13-14).
I sacerdoti rivestiti di salvezza, la gloria che riempie la casa: la preghiera di Salomone ha ricevuto, in Cristo, una risposta più grande di quella che Salomone stesso poteva immaginare.
Alleluja!
