La parabola del seminatore è uno dei passi più frequentemente citati nei dibattiti su salvezza, perseveranza e certezza. Viene spesso utilizzata per rispondere a una domanda per la quale non era stata concepita, ovvero come distinguere i veri credenti da quelli falsi, o come la salvezza possa essere persa o dimostrata dalle opere.
Una lettura attenta del testo mostra che Gesù non sta spiegando come si ottiene la salvezza, né come mettere alla prova la realtà della salvezza. Piuttosto, sta spiegando perché la proclamazione della parola del Regno produce risultati così radicalmente diversi tra coloro che la ascoltano.
La parabola riguarda l’accoglienza della parola, la risposta nel tempo e la partecipazione alla fecondità del regno, non l’acquisizione o la perdita della vita eterna.
La chiave interpretativa data da Gesù
Ogni esegesi responsabile deve iniziare da dove inizia Gesù stesso. In Matteo 13:18-23, Marco 4:13-20 e Luca 8:11-15, Gesù interpreta esplicitamente la parabola.
Prima di offrire questa interpretazione, tuttavia, Gesù fa un’affermazione sorprendente e spesso trascurata:
«Non capite questa parabola? Come potrete capire tutte le parabole?» (Marco 4:13).
Questa osservazione eleva la parabola del seminatore a un ruolo fondamentale. Gesù la presenta come una porta ermeneutica, sottintendendo che fraintendere questa parabola porterà inevitabilmente a fraintendere anche le altre.
Il motivo non è difficile da comprendere. La parabola del seminatore stabilisce una distinzione fondamentale tra ascoltare la Parola, ricevere la vita e portare frutto. Se queste categorie venissero condensate in una sola, tutte le parabole successive che trattano di amministrazione, fedeltà, ricompensa e perdita verrebbero erroneamente interpretate come affermazioni sull’acquisizione, il mantenimento o la perdita della vita eterna.
Gli elementi costanti sono chiari:
- Il seme è la parola.
- I terreni rappresentano diversi tipi di ascoltatori.
- La variabile decisiva non è il seme ma le condizioni del terreno.
In nessun punto Gesù ridefinisce il seme come fede salvifica, né equipara il portare frutto alla giustificazione. La parabola descrive cosa accade dopo aver ascoltato, non come si ottiene la salvezza eterna.
Primo terreno: lungo la strada
Il primo terreno rappresenta coloro che ascoltano la parola ma non la comprendono. La parola viene subito portata via.
Questo ascoltatore non riceve mai veramente il messaggio. Non c’è interiorizzazione, non c’è fede, non c’è risposta. Gesù è esplicito nel dire che Satana rimuove la parola prima che metta radici.
Questo suolo rappresenta i non salvati. Non c’è accesso al regno perché non c’è fede. Tutti i sistemi teologici concordano ampiamente su questo punto.
Secondo terreno: i luoghi rocciosi
Il secondo terreno ascolta la parola e la accoglie con gioia. Questo linguaggio è importante. C’è una risposta genuina e positiva al messaggio. Il problema non è la ricezione iniziale, ma la mancanza di perseveranza.
Quando giunge l’afflizione o la persecuzione a causa della parola, questo ascoltatore inciampa.
Diverse osservazioni sono cruciali. Gesù non dice mai che la pianta fosse falsa. Il problema non è l’incredulità, ma la mancanza di radici. L’allontanamento è esplicitamente collegato alla pressione e alla sofferenza, non alla ribellione morale o alla negazione dottrinale.
Questo ascoltatore è salvato eternamente, perché la parola è stata accolta. Tuttavia, la mancanza di perseveranza nella prova non gli consente di partecipare ai benefici del Regno. Il credente rimane vivo, ma infruttuoso.
Ciò si adatta naturalmente ai ripetuti avvertimenti del Nuovo Testamento ai credenti riguardo alla perdita, alla disciplina e alla ricompensa mancata, senza implicare la perdita della vita eterna.
Terzo terreno: tra le spine
Anche il terzo terreno riceve la parola, e la crescita avviene chiaramente. Il problema non è la persecuzione, ma la competizione.
Le preoccupazioni del mondo, l’inganno della ricchezza e l’avidità di altre cose soffocano la parola e la rendono infruttuosa.
Ancora una volta, il testo non dice che la pianta muore. Dice che diventa sterile.
Questo ascoltatore rappresenta un credente che investe la sua vita nell’era presente piuttosto che nel Regno. La salvezza eterna non viene revocata, ma i frutti e la ricompensa del Regno vengono persi.
La distinzione tra vita e fecondità è essenziale. La Scrittura afferma ripetutamente che il frutto è l’obiettivo del discepolato, non la condizione per la salvezza.
Quarto terreno: il buon terreno
Il terreno finale ascolta la parola, la comprende e porta frutto in misura variabile.
Anche qui, Gesù sottolinea la diversità. Alcuni producono il trenta, altri il sessanta, altri il cento. La fecondità è reale, ma non è uniforme.
Questo terreno rappresenta i credenti che non solo accolgono la Parola, ma perseverano, danno priorità al Regno e permettono alla Parola di plasmare le loro vite. Sperimentano una partecipazione più completa ai benefici del Regno, sia ora che nell’era a venire.
Perché il frutto non può definire la salvezza
Un errore fondamentale in molte interpretazioni è quello di condensare salvezza e discepolato in un’unica categoria.
Se il frutto dimostra la salvezza, allora i gradi di fecondità implicano gradi di giustificazione. La sterilità temporanea implicherebbe una dannazione temporanea. Gli avvertimenti ai credenti diventerebbero minacce contro la vita eterna piuttosto che esortazioni alla fedeltà.
La parabola stessa si oppone a questa mossa. Tre dei quattro terreni accolgono la parola. Solo uno porta frutto. Eppure Gesù non ridefinisce l’accoglienza della parola come illusoria semplicemente perché non ne consegue alcun frutto.
Il problema non è chi è vivo, ma chi è produttivo.
Il regno al centro della parabola
Gesù introduce questa parabola come una parabola che spiega i misteri del regno dei cieli. Il tema del regno domina l’intero capitolo.
L’ingresso nel regno avviene tramite la fede. La partecipazione alle ricompense, alle responsabilità e alla gioia del regno è condizionata dalla fedeltà.
La parabola del seminatore spiega perché l’annuncio del regno produce molti credenti ma relativamente pochi discepoli fruttuosi.
Inoltre, l’avvertimento di Gesù in Marco 4:13 spiega perché le parabole successive riguardanti i servi, l’amministrazione, la ricompensa e la perdita vengono spesso interpretate erroneamente come condizioni per la vita eterna, anziché come esortazioni rivolte a coloro che già possiedono la vita ma potrebbero rinunciare alla fecondità, alla responsabilità e alle ricompense nel regno.
Conclusione
La parabola del seminatore non è un avvertimento che la salvezza possa essere perduta, né uno strumento per mettere in discussione la realtà della fede nei credenti in difficoltà. È una spiegazione sobria del perché la parola di Dio, pur essendo potente e vivificante, spesso non riesce a produrre frutti duraturi.
Questa lettura onora il testo preservando la distinzione che Gesù stesso sostiene tra ricevere la vita e portare frutto. La salvezza eterna si basa solo sulla fede. La fecondità del Regno dipende dalla perseveranza, dalle priorità e dalla risposta alla Parola nel tempo.
La tragedia descritta nella parabola non è la salvezza perduta, ma l’opportunità perduta.
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