Di fronte agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, una delle reazioni più ricorrenti è stata rifugiarsi in spiegazioni rassicuranti ma intellettualmente inconsistenti: istinto di sopravvivenza, relativismo morale, follia individuale, “pazzi fondamentalisti”. Sono tutte formule che hanno un unico effetto reale: evitare di fare i conti con la natura del problema.
Comincio da un presupposto spesso dato per scontato. L’idea che la moralità possa emergere dall’istinto di sopravvivenza — magari tramite una qualche “parabola animale” — non regge a un’analisi seria. Non la condivido già sul piano antropologico: l’uomo non è un animale. Ma anche concedendo, per ipotesi, il paragone, il risultato è disastroso. Gli animali compiono azioni che l’uomo giudica immorali — uccidono i propri simili per nutrirsi, ad esempio — e tali giudizi morali risultano del tutto ingiustificabili all’interno di una visione del mondo atea. Se tutto si riduce a istinto, allora non esiste alcun “dover essere”, ma solo ciò che accade.
In secondo luogo, anche ammesso un istinto morale, questo non fornirebbe mai una base oggettiva. Restiamo nel reame del soggettivo, e nel soggettivo la moralità non può esistere. Non in forma assoluta, ma nemmeno in forma relativa: persino il relativo ha bisogno dell’assoluto per essere definito come tale. Senza un punto di riferimento ultimo, le parole “giusto” e “sbagliato” si svuotano di significato.
Il diritto di scegliere — ciò che chiamiamo libero arbitrio — non è una concessione dello Stato, ma una realtà più profonda, che precede qualsiasi ordinamento politico. Questo, tuttavia, non implica neutralità morale. Le alternative sono due, e solo due: giusto o sbagliato. Un tertium non datur che, nella concezione biblica del mondo, è perfettamente giustificato dall’impossibilità di essere neutrali rispetto a Dio. Nella visione atea, invece, questa stessa dicotomia è del tutto ingiustificabile.
Eppure le conseguenze delle scelte morali — temporali ed eterne — sono tutt’altro che marginali. Sono talmente grandi da rendere irresponsabile fondare la propria visione del mondo sul semplice rifiuto istintivo di una moralità assoluta. Una moralità che, se esiste, implica necessariamente che non sia l’uomo a decidere ciò che è giusto. E meno male. Ciò significa che la moralità umana è soggetta a un fondamento oggettivo che la trascende.
Da qui una conclusione inevitabile: la moralità, o è assoluta, o non esiste affatto. Ma perché esista una moralità assoluta, deve esistere una verità assoluta. E una verità assoluta non può esistere in maniera autonoma, indipendente da Dio. Tralascio volutamente i dettagli, ma il punto resta: l’unica epistemologia coerente è quella cristiana. Ogni altra visione del mondo, se seguita fino in fondo, si riduce all’assurdo. E se una visione del mondo non è in grado di rendere conto dei fondamenti della realtà, allora è falsa.
Questo quadro teorico è essenziale per affrontare anche un altro errore diffuso: liquidare gli attentatori come “pazzi fondamentalisti”. È una formula comoda, ma profondamente disonesta. Serve solo a deresponsabilizzare gli autori e a scollegare le loro azioni dal sistema di credenze che le rende intelligibili.
I fatti raccontano altro. L’attentato di Parigi è stato rivendicato. È stato compiuto in una data simbolica. È stato organizzato in modo sistematico per disperdere le forze di polizia in più punti della città. L’intero attacco è perfettamente compatibile con la teologia islamica della jihad. Nulla di tutto questo ha a che fare con la follia. Al contrario, richiede lucidità, pianificazione e convinzione.
Prendete la data dell’attacco a Parigi. Il 13 novembre non è neutro dal punto di vista simbolico. L’operazione è stata rivendicata da ISIS, che ha esplicitamente inquadrato l’azione in una narrazione storica e teologica di vendetta e restaurazione. In quella cornice ideologica, la scelta della data richiama la sconfitta storica del potere politico islamico in Europa e la fine del califfato ottomano, evento percepito come un’umiliazione da riscattare. Che questa lettura storica sia accurata o meno è irrilevante: ciò che conta è la coscienza simbolica degli attentatori. Gli atti terroristici non vivono solo di esplosivi e kalashnikov, ma di memoria, mito e teologia. La selezione della data conferma che non siamo davanti a un gesto impulsivo o irrazionale, bensì a un’azione deliberata.
Chi agisce così non è pazzo. È coerente.
La parola “fondamentalista” ha assunto una connotazione negativa, ma il suo significato originario è semplice: fedeltà alle fondamenta di un credo. E quando le fondamenta includono terrore e violenza, è esattamente questo che ne consegue. Non riconoscerlo non è tolleranza; è cecità volontaria.
Questo non giustifica generalizzazioni rozze né accuse indiscriminate. L’onestà intellettuale lo esige. Ma la stessa onestà impone di non cancellare con un colpo di spugna la natura religiosa degli attentati islamici. Attacchi di questo tipo esistono solo all’interno di un preciso contesto teologico. Non sono una novità, né una deviazione moderna: accompagnano l’Islam fin dalle sue origini.
Rifiutarsi di vedere questo non rende il mondo più sicuro. Rende solo il pensiero più fragile.
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